[ST] Maccastorna Traditional Cache
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Uno dei comuni più piccoli d'Italia ma ricco di storia.

Con poco più di 60 abitanti, Maccastorna è il più piccolo comune della provincia di Lodi, l'11° tra i comuni meno popolati d'Italia (al 31 gennaio 2011) e il meno popolato fra i comuni italiani situati in pianura. In un angolo della piazza un gelso maestoso è il testimone più accreditato delle ultime vicende di una quieta comunità dedita ad una fiorente agricoltura basata sulla produzione del latte. Il passato più lontano e oscuro si riassume tutto nella rocca, in altri tempi temuta ed oggi ammirata, come fosse uscita da una favola coinvolgente, ma che in realtà cela tra le sue torri e le sue mura poderose un affastellarsi di intricate trame politiche e torbidi fatti di sangue. L’importanza del luogo derivava dal guado dell’Adda conteso lungamente in età comunale e al tempo delle Signorie, strategico per il controllo del territorio. La primitiva roccaforte di Belpavone o Mancasturma (dal nome di una casata cremonese), venne eretta intorno al 1250 dai ghibellini banditi dalla città di Cremona. A vent’anni di distanza gli odiati nemici guelfi la cinsero d’assedio riuscendo ad espugnarla il 24 maggio 1271. Ne seguì il barbaro saccheggio, l’orrendo massacro dei resistenti e la distruzione col fuoco. Un fatto rimasto a lungo nella memoria per crudeltà e spavento, tanto da alimentare la sempre viva credenza popolare delle grida disperate degli uccisi che si odono nottetempo in quegli ambienti. La posizione privilegiata impose agli stessi guelfi cremonesi la ricostruzione del maniero nelle forme che in gran parte possiamo tuttora vedere. Della fabbrica originaria mancano soprattutto cinque delle otto torri, ribassate al livello delle murature perimetrali, che conferivano al castello un aspetto arcigno e dissuadente per chi lo prendesse di mira. Passato per compera ai Visconti nel 1371, Gian Galeazzo, impadronitosi col tradimento del Ducato di Milano, lo concesse in feudo nel 1385 al veronese Guglielmo Bevilacqua, suo complice nel delitto dello zio Bernabò. Con alterne vicende, il castello e le terre di Maccastorna rimarranno, salvo eccezioni, nell’ambito della famiglia veneta fino al 1901 quando tutti gli immobili passarono ai Biancardi di Codogno, ancora attualmente grandi possidenti locali. La parentesi più ragguardevole e densa di accadimenti è all’inizio del Quattrocento: il 3 settembre 1402 la peste uccise Gian Galeazzo Visconti, troncando di netto le sue ambizioni di dominio sull’intera penisola italiana. Del marasma politico che ne seguì, approfittarono i Cavalcabò per farsi eleggere signori di Cremona e per occupare diversi castelli del contado, tra cui quello di Maccastorna. L’errore fu quello di donare la rocca lodigiana al soncinese capitano di ventura Cabrino Fondulo che aveva valorosamente combattuto al loro fianco. Uomo ambizioso e senza scrupoli, il Fondulo coltivava nel suo animo il segreto disegno di impadronirsi a sua volta della città, sbarazzandosi, senza esclusione di mezzi, dei suoi incauti protettori. Dall’inespugnabile covo di Maccastorna egli attendeva solo l’occasione propizia per attuare i suoi piani. E l’evento pazientemente atteso si presentò verso la fine di luglio del 1406 (forse il 24), quando Carlo Cavalcabò col seguito dei fratelli Giacomo e Lodovico e di alcuni dignitari, reduce da una visita diplomatica a Milano, accettò l’ospitalità offerta da Cabrino nel castello di Maccastorna per ristorarsi e trascorrervi la notte. Dopo i convenevoli di rito, le festose accoglienze e una lauta cena accompagnata da abbondanti libagioni, i signori di Cremona vennero accompagnati alle loro stanze per il riposo. E qui, a notte fonda, si compì il misfatto. Gli sciagurati Cavalcabò e gli altri, una dozzina in tutto, finirono strozzati o proditoriamente pugnalati nel sonno dagli sgherri del Fondulo. Che, narra la leggenda, volle vederne i cadaveri di persona, ordinando poi che venissero gettati nell’immondezzaio. Considerati i tempi, non deve stupire tanta efferata crudeltà; il potere si conquistava quasi sempre con l’inganno e il sangue. La sorte volle che la testa del sanguinario usurpatore Cabrino rotolasse nel 1525 dal patibolo innalzato dal Duca Giovanni Maria Visconti nel cortile del Broletto di Milano. L’opportunista capitano di ventura aveva provveduto cinque anni prima a vendere Cremona alla Casa del Biscione dietro compenso di 40.000 fiorini d’oro. Se il Fondulo è passato alla storia con la triste fama di uomo sordido e malvagio, non di meno egli ordinò che il castello di Maccastorna fosse fortificato e ingentilito da opere pittoriche di cui rimangono labili tracce. Per sua volontà vennero costruite le balconate interne che ancora si ammirano. La stessa chiesetta, dedicata a San Giorgio martire, risalente al 1250, venne da lui ricostruita e ampliata per celebrarvi le sue prime nozze con la nobile parmigiana Giustina de’ Rossi. Scomparso il tiranno, un altro delitto venne perpetrato all’interno delle mura castellane. Nel 1523 il conte Riccardo Bevilacqua venne raggiunto dai sicari al soldo di Teodoro Trivulzio e finito a colpi di pugnale. E qui finiscono le cose tragiche, poiché nei secoli successivi i feudatari, deposte le armi, si dedicheranno alla promozione dell’agricoltura. Le accennate vicende di sangue, ed altre ancora, hanno alimentato una serie di fosche leggende che ancora si tramandano con l’acquisita sicurezza di non esserne turbati, capaci, se non altro, di ammantare la rocca di un’aura misteriosa, ai nostri tempi alquanto svanita. Una dice che nella notte del 24 luglio i fantasmi dei Cavalcabò si aggirino nelle sale del castello invocando vendetta. Un’altra vuole che nel fondo del pozzo ci fossero lame affilate sulle quali finivano inesorabilmente i corpi degli avversari da eliminare. Nelle notti poi tempestose, tra lo sbattere delle imposte, i cigolii delle porte, il rumore delle catene e il sibilare del vento, si sentirebbe il verso spaventoso e gutturale di un grosso gufo, chiamato dagli abitanti la Pora Dona (“la Povera Donna”). Come si vede, il brivido dell’horror non manca a Maccastorna e la presenza dell’enigmatico castello contribuisce a mantenerlo vivo. Come viva è la piccola comunità di poche famiglie gelose della loro autonomia municipale e religiosa. Gli attivi maccastornesi sanno rallegrare la quiete agreste del piccolo borgo con diverse iniziative culturali e ricreative. Coi canti della merla a fine gennaio e il rogo della vecchia che esorcizzano l’inverno, di comune accordo con altri paesi rivieraschi dell’Adda. Segue, intorno al 23 aprile, la sagra di San Giorgio, che si snoda in più giorni tra funzioni religiose e una processione, balli e degustazione di piatti tipici a base di salamelle e rane. Tanto per sorridere alla vita. Il magnifico gelso, dalla chioma smeraldina, da spettatore interessato, tace e acconsente.
Abbiamo leggermente alzato il livello di difficoltà in quanto il paese è molto piccolo e ci sono delle telecamere di sorveglianza: la cache, comunque, non è in una zona coperta da queste telecamere, quindi andate pure tranquilli. La cache è un piccolo contenitore marrone: vista la sparizione della precedente, ci preghiamo di rimetterlo esattamente dove l'avete trovato.
Additional Hints
(Decrypt)
Zntargvpn r znapn yn craan / Zntargvp naq jvgubhg cra
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