Villa Bernini Buri

È un complesso monumentale formato dalla casa patronale, dalla cappella, dai rustici, dalle scuderie, dalle stalle, dalla casa del fattore, dalla barchessa, circondata da 300 ettari di campagna e da un parco all’inglese in gran parte alberato anche con alberi esotici che, dalle sponde del fiume Adige, si estende per circa 25 ettari
Cenni storici sulla famiglia Buri
La famiglia Buri era molto influente a Verona. Si ha notizia di frate Fino de' Buri priore del monastero degli agostiniani a Santa Eufemia nel 1262. Nel 1405 Galvano Buri, ascritto al Nobile Consiglio di Verona, fu uno dei capi del Collegio dei notai. I discendenti di Galvano ottennero dai veneziani il titolo di conte, con giurisdizione sopra la villa Bartolommea, insieme coi i Bevilacqua, e su Lazise e San Bonifacio. I conti Buri possedevano anche altre proprietà a Verona e nella sua provincia. Con il permesso dei veneziani che dominavano il veronese, i Buri fecero costruire la villa in riva all’Adige che porta il loro nome.
L'edificio principale
Il palazzo è dotato di due facciate. La principale, rivolta a sud, presenta due ali avanzate racchiudenti il corpo centrale con loggia e finestroni con le classiche incorniciature a bozze al pianterreno, poggiolo in ferro battuto al primo piano e piccolo attico tra quattro gugliette sul tetto. In alto domina lo stemma della famiglia Buri: un’orsa rampante. La facciata nord è più uniforme: non presenta ali avanzate, anch’essa mostra portale e finestre con orlature a bozze al piano terra e poggiolo in ferro battuto al piano nobile. Un grande timpano, con ai lati due alte pigne, ne decora la parte centrale.
All’interno, ci sono rimasti alcuni affreschi che rappresentano allegorie e la vita gaudiente che conducevano i Buri. Appena si entra nel lungo atrio sul quale ora si aprono le aule e il refettorio che erano dell’Istituto, è affrescato sul soffitto un’allegoria della fertilità della Terra, racchiusa in una cornice sagomata. Nell’affresco si vede un figura femminile portare i frutti della Terra (l’uva, un cocomero, delle spighe di grano, una mela …) aiutata da dei putti. Ai lati ci sono due lunette che rappresentano dei putti che giocano tra le nuvole. Negli spazi tra i vari finestroni c’erano affrescati dei ritratti di personaggi del mondo dell’arte e della scienza dell’epoca. I Buri negli affreschi volevano far vedere oltre alla vita oziosa che facevano, anche che si interessavano della cultura e della scienza e non erano solo dei “pigroni”. Nello stesso atrio c’è anche una lapida commemorativa di Gabriele Taborin fondatore dell’ordine laico dei Fratelli della Sacra Famiglia.
Sullo scalone è rappresentata l’apoteosi di un conte Buri firmata e datata: " Ant. De Alexandris Ped…Piacentini Fecit delineavit et pinxit An. 1734. In questo affresco si vede, in uno sfondo con il cielo, la Gloria che accoglie un conte Buri. Si riconosce che è un Buri perché tiene in mano lo stemma della famiglia che rappresenta l’orsa rampante.
Al piano nobile della villa che ha la stessa disposizione del pian terreno non sono presenti affreschi o altre opere. Nella sala conferenze che era un salone si vedono ancora degli ovali e dei riquadri senza niente, testimonianza del saccheggio che il palazzo ebbe al termine del secondo conflitto mondiale. Al pian terreno, nel salone centrale, è rappresentato un grande affresco monocromatico. Dipinto nel corso del 1700 da De Alessandri, rappresenta una graziosa donna che porta una lunga ghirlanda di fiori, quest’ultima sostenuta anche da diversi putti. In due lunette poste su due lati del monocromatico sono rappresentati Andrea Palladio, architetto di ville venete, e Tiziano Vecellio il famoso artista cinquecentesco.
Nel salone a fianco a quello centrale c’e un affresco rappresentante due Muse della musica, una con un violino l’altra che regge una piccola arpa. Agli angoli di quest’opera sono rappresentati dei giochi da tavolo: una scacchiera, una dama. La rappresentazione dei giochi da tavolo è probabilmente la dimostrazione della vita gaudiente dei Buri. L'artista è De Alessandri.
Gli affreschi migliori si trovano in quello che oggi è una sala riunioni. Questa stanza al tempo dei Buri era una sala da pranzo. Successivamente con il collegio scout di Mazza divenne un laboratorio di scienze, e quando ci furono i Fratelli della Sacra famiglia ancora una sala da pranzo. Gli affreschi di questa sala sono attribuiti a Marco Marcola (1740-1798) un pittore veronese.

Il più grande mostra un trattenimento in giardino: Un gruppo di nobili trascorrono un pomeriggio di inizio autunno nei pressi del vallo di Cangrande sulle Torricelle, le colline che dominano Verona. Due gentiluomini giocano al volano; mentre uno sta raccogliendo il volano da terra, l’altro è alle prese con una dama che per dispetto vuole togliergli di mano la racchetta aiutata anche da un cane; all’estrema destra un uomo assiste compiaciuto alla scena; sullo sfondo due cavalieri guardano il paesaggio circostante e a sinistra un nobile non riesce a trattenere uno sbadiglio per la noia del momento. Intorno al tavolo ci sono anche una damigella e tre servi: uno intento ad asciugarsi il sudore, l’altro che se serve dell’uva, e un’altra che porge delle salviette.
Un altro affresco rappresenta la vendita dei purosangue. Esso mostra al centro il magistrato e il compratore che si accordano sul prezzo dei cavalli che compaiono a sinistra dell’opera. Vari nobili assistono alla scena. All’estrema destra è disegnata una targa in parte cancellata che recita: “Spolverini Buri 1776” (o 1778), probabilmente l’anno del connubio tra Girolamo Buri e Isotta Spolverini, padre e madre di Giovanni Danese Buri.
Nel terzo affresco è mostrato invece il gioco dei bambini nel giardino. Un giovane aristocratico tira un carrettino con sopra una bambina seguiti da un’altra bambina che corre. Sullo sfondo la madre e due gentiluomini assistono compiaciuti alla scena.
L’ultima opera in questa sala è un monocromatico che mostra la “perdita del gioco alle carte”: un nobile ha appena estratto la carta da gioco che gli fa perdere tutto quello che ha scommesso. È ritratto in piedi a coprirsi gli occhi per la disperazione. Il vincitore invece è composto e trionfatore.
Infine il soffitto originale è ornato da varie decorazioni dorate.

La Cappella
La cappella della famiglia Buri è posta vicino all’angolo sinistro della villa guardando la facciata sud. Questa, molto semplice architettonicamente, fu costruita da Alessandro Pompei nel 1700. La cappella era consacrata a san Matteo. Quando arrivarono i fratelli della Sacra la ribattezzarono appunto alla Sacra Famiglia. All'interno si trovano ancora lapidi sotto le quali sono sepolti alcuni esponenti della casata Buri. Oltre ai Buri ci sono dei Bernini, degli Spolverini, dei Guarienti a testimonianza dei legami che i Buri avevano con altre famiglie aristocratiche veronesi. Anche la cappella fu vittima del saccheggio avuto al termine della guerra. Essa era riccamente decorata e teneva anche la pala d’altare del Caroto, successivamente donata dall’ultimo Bernini Buri, Giuseppe.
Il casino di caccia
Dalla parte opposta alla cappella c’è quello che era il casino di caccia. Oggi è un rudere.
La casa della servitù
A fianco alla villa c’è quella che era la casa della servitù. L’orologio che possiede è privo di lancette, queste ultime portate via dai tedeschi nella guerra. Oggi all’interno c’è un asilo.
La barchessa
Come tutte le ville venete anche villa Buri aveva una barchessa. Questa posta dietro alla casa della servitù e dentro a dei portici possedeva le stalle, le cucine, i magazzini e altri locali di servizio. Oggi è magazzino dell’associazione Amici di Villa-Bosco Buri.
La casa dei lavoranti
Vicino alla barchessa c’è quella che era la casa dei lavoranti, ossia le persone che lavoravano le terre dei Buri intorno al parco. Oggi è di proprietà di un privato.
I chioschi
Nel prato a nord della villa ci sono due chioschi che usavano i conti Buri per passare le serate estive assieme a ospiti. Venivano anche utilizzati come depositi per materiale da giardinaggio. All’interno sono decorati a mosaico.
Fonte: Wikipedia