Capitolo 2.
Qualcosa di rosso
Anthony percorse la radura nella direzione indicata dalla ‘tartaruga mentale gigante’ e giungendo sul limitare del bosco, individuò facilmente un sentiero.
Era un sentiero!
Non c’erano dubbi!
Ma non gli sembrava così recente come la ‘tartaruga’ aveva ipotizzato.
Gli sorse il dubbio di come il suo cervello poteva sapere che lì c’era un sentiero, senza che se stesso effettivamente lo sapesse... ma aveva fame ed era tardi e cominciava anche ad essere stanco. Decise di accantonare il problema e imboccò il sentiero.
Cominciò a scendere velocemente, anche se talvolta il cammino era invaso da rovi e da tronchi di vecchi alberi caduti e doveva rallentare per non perdere la traccia.
Camminò a passo sostenuto, in discesa per alcuni minuti, quando guardando alla sua sinistra, si imbatté in una distesa di cespugli verde scuro che gli arrivavano proprio sotto il mento e carichi di bacche rosse, grosse come una nocciola.
Il problema del cervello e di se stesso si ripropose anche per le bacche, ma venne nuovamente ignorato.
Prese una bacca e la esaminò. Era morbida e tenera. Rimase incerto se assaggiarla, così la schiacciò aprendola a metà.
Dalla bacca uscì uno schizzo di succo rosso che gli finì sul labbro inferiore. Istintivamente lecco la goccia. Sentì un sapore dolce molto intenso, come di miele.
Allora si decise ad assaggiarla. Era davvero ottima, a confronto del gusto fragola artificiale della gomma da masticare.
Cominciò così a raccogliere le bacche e a mangiarle. Ne mangiò finché fu sazio (e anche un po’ nauseato), quindi cominciò a riempirsi le tasche della giacca che per fortuna erano piuttosto capienti.
Quando ritenne di averne raccolte abbastanza, ritornò sul sentiero. Ormai il sole era quasi tramontato dietro le montagne che cominciavano a proiettare la loro ombra sul bosco.
Decise allora di accelerare il passo e tenendo gli occhi fissi sul sentiero, non si accorse di una presenza proprio di fonte a lui che lo osservava da lontano, nascosto dietro un albero spezzato.
L’osservatore nascosto, era molto incuriosito da quell’essere vestito in modo così stavagante. Finora ne aveva visti alcuni solo raffigurati sui libri di scuola. Ma ora ne stava vedendo uno vero! Così, spinto dalla curiosità e dall’emozione non si accorse che il suo nascondiglio non lo copriva completamente.
Infatti, Anthony che procedeva spedito sul sentiero ad un tratto si bloccò, rimanendo come paralizzato.
Dietro un tronco spaccato a pochi metri dal sentiero, vedeva spuntare qualcosa di rosso che aveva la forma di un cono appuntito.
Una cosa piuttosto bizzarra da trovare in un bosco!
Così dopo un attimo di timore, cominciò ad avvicinarsi lentamente, con lo sguardo fisso sull’oggetto misterioso.
L’osservatore ormai non del tutto nascosto, si accorse immediatamente di essere stato scoperto e si ricordò troppo tardi del suo nuovo cappello rosso, più alto di quello vecchio.
Così si spostò lentamente di lato, cercando una via di fuga senza essere visto, ma il bosco di abeti era troppo spoglio.
Anthony vide l’oggetto appuntito spostarsi di lato ed esitare e sentì il rumore degli aghi di pino. Allora si decise a parlare e disse con tono perentorio:
«Ehi, ti ho visto! Tu, con quel coso rosso, dietro l’albero. Esci subito e fatti vedere!»
Il ‘coso’ rosso oscillò poi si mosse verso il sentiro e uscì da dietro il tronco.
Il ‘coso’ a forma di cono era evidentemente un cappello, sotto al quale Anthony vide uno strano bambino che lo fissava sbalordito ed esitante. Era piuttosto grassottello, alto poco più della metà di Anthony (escluso il cappello), con la faccia rotonda, le guance infuocate, il naso sottile leggermente a punta e le orecchie larghe decisamente a punta. Indossava degli abiti verde scuro dello stesso identico colore dei cespugli del bosco e delle scarpe marroni a punta.
Se non fosse stato davanti ai suoi occhi, Anthony l’avrebbe giudicata la descrizione mediocre di un folletto o roba simile. Ma poi pensò che i folletti non esistono, e che forse era un bambino con dei genitori stravaganti o magari era un’usanza di queste parti andare in giro per i boschi conciati così.
Decise che non gli importava l’abbigliamento di quel bambino. Ora aveva il problema di raggiungere casa sua il più presto possibile, prima che facesse buoi sul serio. Quindi cominciò a parlare.
«Ciao.» azzardò Anthony, sollevando una mano e aggiungendo: «Mi sono perso nel bosco. Tu sei di queste parti?»
Il bambino col cappello a punta, fece di sì con la testa senza dire nulla perché l’emozione gli bloccava ancora la lingua, altrimenti era un tipo davvero loquace.
Allora Anthony proseguì chiedendo:
«Mi puoi dire come posso raggiungere la città?»
Il bambino allora prese coraggio e, con una voce acuta e leggermente nasale, disse:
«La città è in fondo a questo sentiero... sempre dritto.» indicando un punto imprecisato del bosco dietro di sè col pollice. E aggiunse preciso: «Un quarto d’ora a passo svelto e ci arrivi.» Indubbiamente la sua lingua cominciava a sciogliersi.
«Sei sicuro?» chiese Anthony stupito che fosse già così vicino a casa.
«Certo arrivo da lì. Sono venuto a raccogliere delle mielbacche per la torta di mia nonna. Sai sono davvero squisite.» disse il bambino, mostrandogli un cesto di vimini pieno per metà delle dolci bacche rosse.
«Mielbacche? Non ne avevo mai sentito parlare, ma le ho assaggiate poco fa.» disse Anthony, tirandone fuori una dalla sua tasca e guardandola come se fosse la prima volta che ne vedeva una. Poi, guardò nuovamente il suo piccolo e strano compagno che ora stava fissando intensamente le sue scarpe da ginnastica.
«Cos’hai da guardare?» chiese Anthony, che era molto possessivo riguardo le sue scarpe da ginnastica.
«Ecco...» esitò il bambino, «sei vestito in modo così buffo...»
«Io sono... buffo!» disse sorridendo Anthony, «E tu allora con quel berretto a punta!»
Il bambino si accigliò e rispose aspro:
«Il cappello me l’ha fatto mia nonna per il mio compeanno ed è... bellissimo.» ma esistò un po’ troppo sulla parola ‘bellissimo’, infatti poi aggiunse amareggiato «Anche se ne avevo già uno giallo di mia mamma. Era vecchio, ma era anche comodo e corto. E poi quest’anno avrei voluto un volaciclo come regalo.»
“Allora non sono l’unico a lamentarsi dei regali.” Pensò Anthony, che chiese curioso:
«Cos’è esattamente un vola...ciclo?»
«Oh, è stupendo! E’ l’ultima invenzione della Ciclimatic. E’ come una bicicletta, senza ruote e... pedalando, vola! Così puoi andare decisamente più veloce e senza problemi di sassi o buche che ti fanno cadere.» disse emozionatissimo il bambino, con gli occhi spalancati e persi nel vuoto come se stesse ammirando qualcosa di irraggiungibile sopra la testa di Anthony.
«Una bicicletta... volante?» chiese molto perplesso Anthony. «Mi stai prendendo in giro? Non esistono biciclette senza ruote che volano.»
«Oh, sì! Ma infatti è un’invenzione davvero recente.» disse il bambino col cappello a punta, che esitando un attimo poi gli chiese: «Tu sei... un umano, vero?»
«Certo!» rispose Anthony, sorpreso dalla domanda «Perché tu cosa... sei?» aggiunse ora preoccupato per la possibile risposta.
«Io sono uno Gnomo del Bosco! Il mio nome è Garmy. Tu invece ti chiami...?» disse entusiasta e allegro, porgendo una mano grassottella ad Anthony che totalmente sbalordito riuscì solo a ripetere con tono interrogativo:
«G n o m o b o s c o ?»
«No! No! Gnomo del Bosco.» lo corresse, sottolineando il ‘del’, e aggiunse ritraendo la mano tesa: «Gli Gnomobosco sono tutta un’altra cosa! Allora come ti chiami?»
Anthony rispose meccanicamente:
«Anthony. Tripot Anthony.» mentre stava ancora cercando di capire che scherzi stesse facendo a se stesso il suo cevello.
«Bene. Anthony Tripot Anthony,» disse Garmy che ormai aveva preso l’niziativa e perso ogni timore, «è meglio che ci sbrighiamo a scendere prima che faccia buio.»
Ma vedendo che Anthony Tripot Anthony continuava a rimanere fermo e imbambolato, si avvicinò e lo tirò per una manica.
Il contatto fece uscire Anthony dall’imbambolamento e fissando Garmy gli disse deciso:
«Gli gnomi non esistono!»
Lo gnomo lo guardò sorridendo e disse:
«Eccome se esistono! Eccomi qui, in carne ed ossa.» poi tirò con più forza aggiungendo: «Dài vieni giù in città, ti mostrerò gli altri gnomi e chiederemo a mio nonno dove si trova la tua città, così potrai tornare a casa.»
In realtà, Garmy pensava entusiasta alla faccia del nonno e degli atri quando avessero visto questo giovane autentico umano e si chiedeva quanti in città ne avessero mai visto uno davvero.
Camminarono per un po’ in silenzio.

Anthony ormai non sapeva cosa pensare e allora non pensò più a niente. Garmy invece considerò che doveva chiedere qualcosa per mettere a suo agio quello che in fondo sarebbe stato il suo primo ospite umano e poi... proprio non riusciva a non fare domande. Così disse:
«Senti Anthony Tripot Anthony, hai detto che...» fu interrotto da Anthony che disse:
«Anthony. Il mio nome è solo Anthony. Tripot è il mio cognome.»
«Ah, ho capito. Infatti, mi sembrava un po’ lungo come nome... ma cos’è un cognome?» chiese incuriosito Garmy.
«Il cognome è...» Anthony cercò di dare una definizione intelligente alla prima cosa che lo gnomo affermava di non conoscere, ma alla fine disse, «un nome che segue il nome.»
«Oh, interessante.» disse lo gnomo per nulla sorpreso, «Noi non abbiamo i cognomi. Anche se qualcuno ha due nomi o un soprannome e un nome. Per esempio, ho un amico che si chiama Sammy Tilly, perché suo papà voleva che si chiamasse Sammy e sua mamma Tilly, così glieli hanno messi tutti e due. Funziona così anche con voi umani?»
«Ehm... qualche volta anche da noi qualcuno ha due nomi... oltre al cognome.»
«Ma, in questo modo chiamare una persona, non è un po’ troppo lungo?» chiese lo gnomo.
«No. Quando devi chiamare qualcuno usi solo il nome... o solo il cognome. Dipende.» rispose Anthony.
«Dipende da cosa?» riprese Garmy.
«Ecco, da piccoli ci si chiama per nome, in genere. Mentre quando uno cresce la gente comincia a chiamarti per cognome. Almeno così è successo per mio fratello.»
«Oh! Hai un fratello? Da noi sono molto rari i fratelli.» disse Gramy curioso.
«Beh, purtroppo sì...» disse Anthony, il cui pensiero volò a casa sua.
«Perché ‘purtroppo’. Non è bello avere un fratello?»
«Sì, alcune volte è bello. Hai qualcuno con cui giocare, con cui parlare... Ma altre volte i fratelli sono davvero odiosi. Ed è colpa di mio fratello se adesso sono qui con te e non a casa mia.»
Questa affermazione, fece ricordare a Garmy la prima domanda che voleva fare, così chiese ad Anthony:
«Hai detto che ti sei ‘perso’ nel bosco. Come si fa a perdersi nel bosco? Per uno Gnomo del Bosco è davvero difficile, sai. Sono in pochi ad esserci riusciti e sono elencati anche in una canzone!»
«Beh, allora potete aggiungere una strofa alla canzone, col mio nome.» disse Anthony con un pizzico d’autoironia.
Ma Garmy era già partito con una citazione di un consiglio di suo nonno:
«... “perché se ad un certo punto non sai bene dove andare, è sufficiente percorrere la strada inversa e torni al punto di partenza.”»
«Oh, certo. Ma per me invece è stato facilissimo perdermi, perché semplicemente non ho prestato attenzione a dove stavo andando, quindi non conoscevo la via inversa, e neppure quella appena percorsa.»
«Oh, questo è stato un grave errore.» disse Garmy scuotendo la testa.
Camminarono alcuni istanti in silenzio, mentre il sole tramontava definitivamente e l’aria cominciava a diventare fresca. Poi Garmy tornò all’attacco:
«Posso chiederti cosa facevi nel bosco, da solo, senza prestare attenzione alla strada che stavi facendo? Hai detto che è colpa di tuo fratello?»
Anthony, nel formulare la risposta si sentì improvvisamente stupido così disse:
«Ero arrabbiato con mio fratello, perché oggi è il giorno del mio compleanno e lui mi prendeva in giro. Allora sono scappato di casa...»
Lo sguardo di Garmy improvvisamente si illuminò:
«Oggi è il tuo compleanno? Che coincidenza! Ieri era il mio! Cosa ti hanno regalato?»
Anthony mascherò l’amarezza e disse:
«Un maglioncino di lana rosso.»
«A me hanno regalato questo cappello, ma... ne abbiamo già parlato.» disse rapido Garmy, che poi chiese, guardando Anthony:
«Come mai non lo indossi, il maglioncino rosso?»
Allora Antony scoppiò dicendo:
«Non mi piaceva! Io volevo un telefono cellulare... come quello che hanno dato a mio fratello. Invece ho trovato una maglia!»
«Adesso ho capito tutto. Tuo fratello ti prendeva in giro perchè lui ha un telo folle cannulare e tu no, così sei scappato, eccetera eccetera...»
«No. Non un telo folle cannulare. Un TELEFONO CELLULARE.» scandì Anthony.
«E cos’è un TELEFONO CELLULARE?» ripetè Garmy con la stessa cadenza.
«Non sai cos’è?» così per la seconda volta (e forse non ultima) Anthony dovette scervellarsi per trovare una definizione intelligente a qualcosa che il genere umano aveva ideato e che uno gnomo non conosceva, e disse: «E’ un apparecchio piccolo così. Lo accendi e puoi parlare a tutti gli altri che ne possiedono uno.»
«Interessante. Ma non è più bello andarla a trovare di persona, la gente?» disse Garmy.
«Oh, sì... se sei vicino. Ma se invece sei lontano il telefono cellulare è una cosa molto utile.»
«Ah, certo... in quel caso sì, può essere molto utile.»
Vista la prontezza dello gnomo, Anthony evitò di descrivere come ormai tutti gli umani (incluso lui) andavano cercando (o pretendendo) l’ultimo modello di telefono ultra-leggero con suoneria polifonica, schermo a colori e tutti gli accessori per farlo funzionare correttamente.
Passarono altri istanti di silenzio, mentre continuavano a camminare, e Garmy inarrestabile come una valanga, riprese:
«E quindi... quanti anni hai compiuto?»
«Dieci.» rispose secco Anthony.
«Oh, solo dieci?»
«Come... ‘solo dieci’! Perché quanti anni hai tu?» chiese Anthony, guardando dall’alto in basso lo gnomo.
«Ne ho appena compiuti centoundici!»
«Centoundici? Come fai ad avere più anni di me! E poi così tanti di più, ed essere alto la metà di me?» Chiese sorridendo Anthony.
«Non lo so. Ma penso sia dovuto al fatto che io sono uno Gnomo del Bosco e tu un umano.»
«Beh, dev’essere così.»
«Oppure potremmo provare a chiedere a mio nonno. Lui fa l’orologiaio e di cose che riguardano gli anni e il tempo se ne intende.
«Anch’io da grande voglio fare l’orologiaio. Anche se bisogna studiare tanto e fare l’università.»
«L’università per fare l’orologiaio?» si stupì Anthony che non conosceva bene l’università umana, ma gli suonava strano che per fare l’orologiaio occorresse una laurea. Cioè, un orologiaio poteva avere la laurea, ma non era necessariamente obbligatorio.
«Certo che bisogna andare all’università.» riprese Garmy. «Per essere orologiai bisogna essere laureati in Ingegneria del Tempo. E’ uno degli indirizzi più difficili.»
«Bah. Può darsi ma io non ne ho mai sentito parlare.» sentenzio Anthony dubbioso, lasciando a Garmy il compito di continuare la conversazione, che infatti presto chiese:
«E tu cosa farai da grande?»
Anthony ci pensò un po’ sù. Aveva desiderato fare l’astronauta, poi il pilota di rally, poi c’era stato il periodo del medico e quello breve del calciatore, ora gli piacevano le cose elettroniche, tipo... il computer del papà, lo stereo di suo fratello, la sua consolle dei videogiochi, il videoregistratore che la mamma gli chiedeva ogni volta di programmare, e i telefoni cellulari. Così disse:
«Vorrei fare qualcosa che abbia a che fare con le cose elettroniche.»
«Le cose elettroniche? Quali sono?»
Anthony ormai aveva capito che i loro mondi erano troppo diversi. Se avesse cominciato a parlargli di televisione, computer, videogiochi, stereo, videoregistratore... eccetera, sarebbe finita come con il telefono cellulare. Così fece un riassunto:
«La maggior parte delle cose elettroniche sono degli oggetti che ti servono per giocare o divertirti, ma alcuni servono per lavorare. E funzionano con la corrente elettrica.»
«Oh, bello. Però non ho mai sentito parlare di corrente elettrica.» disse lo gnomo.
«Ecco la corrente elettrica è... come un fulmine, che però passa dentro dei fili di metallo e dà energia alle cose.»
«Ah, come l’esperimento del vecchio Pontoleo. Allora aveva ragione poteva servire a qualcosa.»
«Un esperimento, hai detto? Di cosa si trattava?» disse Anthony subito interessato.
«Non conosco i particolari sul funzionamento. Ma fu davvero uno spettacolo e l’ha visto l’intera città. Qualche anno fa’, Pontoleo aveva costruito quest’enorme ruota di legno che era spinta dall’acqua del torrente. Aveva messo una serie di ingranaggi, come quelli di un orologio ma molto più grandi (in questo aveva chiesto consiglio proprio a mio nonno). Gli ingranaggi collegati alla ruota facevano muovere una pietra nera molto speciale che arrivava da molto lontano e gli era costata un occhio della testa. La particolarità della pietra era che attirava tutte le cose di ferro...»
«Una calamita!» lo interruppe Anthony.
«Oh, questo proprio non lo so. Ti ho detto non conosco i particolari. Comunque questa... ‘calamita’ (come hai detto tu), si muoveva dentro a un tubo largo così su cui aveva avvolto più volte un filo di metallo collegato ad altre cose che non so a cosa servissero...»
«Una dinamo!» lo interruppe nuovamente Anthony.
«Non lo so cos’era! Fatto sta che quando la ruota a cominciato a girare veloce, il filo metallico ha cominciato ad sprigionare una luce rossa sempre più forte che poi è diventata gialla, poi bianca poi azzurra quasi accecante. A quel punto è partito un fulmine che ha incenerito il cappello Sindaco che si trovava davanti alla macchina.
«Da quel giorno hanno proibito al vecchio Pontoleo di fare qualsiasi altro esperimento su qualsiasi argomento e gli hanno chiuso il laboratorio. Così ora passa il tempo nella taverna, in città, scrivendo e progettando cose che non potrà mai sperimentare. Mio nonno dice che è un vero peccato.»
«Beh, interessante. Dev’essere stato un gran bello spettacolo.»
«Già, davvero bello. Ma non per cappello d’oro del Sindaco Quinby.» aggiunse Garmy.
«Ah, adesso ho capito. Il cappello del Sindaco era di vero oro? E a punta come il tuo?» chiese Anthony indicando il cappello dello gnomo.
«Certo. Tutti i sindaci indossano un cappello a punta ricoperto di vero oro. E’ il segno del ruolo importante che ricoprono.»
«Sì, sì, certo. Però in questo caso, la punta del cappello d’oro ha attirato il fulmine proprio sulla testa del vostro Sindaco. Si è fatto male?»
«Beh, non molto. Alla fine era un po’ annerito, ma da quel giorno a cominciato a dare i numeri più del solito. Così adesso abbiamo un altro Sindaco. E mio nonno dice che è molto meglio così.»
«Parli molto spesso di tuo nonno. Ma ti posso chiedere i tuoi genitori cosa fanno?» chiese curioso Anthony.
Garmy parve poco propenso a rispondere, poi però disse con aria sofferente:
«I miei genitori costruiscono ed installano caminetti e fornaci di tutti i tipi e per tutti gli usi. Così sono sono sempre via per lavoro e non li vedo quasi mai. Quindi io vivo con i nonni che abitano qui. Cioè i genitori di mia mamma, perché questo è un posto ancora tranquillo. Invece quelli da parte di mio papà abitano da un’altra parte lontano, ma dalle loro parti hanno parecchi problemi con gli umani.»
«Con gli umani? E cosa gli fanno?»
«Beh, mio papà dice che non lo fanno apposta perchè non si accorgono di noi gnomi. Ma gli umani continuano a tagliare gli alberi della foresta sotto cui c’è la città dei miei nonni paterni, per poter costrire le loro case e le loro strade. La città è costruita sotto una foresta che ha più di mille anni, sai. E’ formata da cunicoli e gallerie davvero spettacolari, che vanno molto in profondità, ma gli umani stanno distruggendo tutte le uscite e le prese d’aria. Così piano piano la città si sta svuotando. Loro sono Gnomi delle Miniere, e gli piace estrarre oro e pietre preziose e nell’altra città vicina che si trova in un bosco, in montagna, non c’è molto da estrarre, ma molti ormai si stanno spostando lì perché sono più lontani dagli umani.» disse Garmy triste.
«Io credo proprio che quegli umani non sappiano che stanno distruggendo una città degli gnomi. Forse dovrebbero avvisarli.»
«No. Secondo mio nonno sarebbe peggio.»
«Sì, forse tuo nonno ha ragione.» disse mesto Anthony.
«E poi noi dobbiamo cercare di non farci vedere dagli umani. Le poche volte che vi abbiamo trovato per caso avete combinato dei guai o ci avete derubato.»
«Ah sì! Beh, questa volta ti assicuro che io non ti deruberò.» disse sincero Anthony.
Ormai erano vicini alla città di Garmy. Si sentivano già i rumori delle attività degli gnomi e mentre cominciava a fare buio, si vedevano in lontananza accendersi alcune luci.
La discesa si faceva meno ripida e il sentiero si allargava. Il bosco si andava diradando, lasciando posto a prati verdi ben tenuti, a campi appena arati e ad orti ordinati.
Ora camminavano su una strada sterrata di terra battuta e pietre tonde pianeggiante che li condusse ad un portale di legno spesso e borchie di ferro battuto. Il portale era aperto ed interrompeva una palizzata di tronchi di abeti alta un paio di metri che impediva di vedere oltre.