Un ribelle e il suo lascito
wol vierzec jâr hab ich gesungen oder mê von minnen und als iemen sol. dô was ichs mit den andern geil: nu enwirt mirs niht, ez wirt iu gar. mîn minnesanc der diene iu dar, und iuwer hulde sî mîn teil.
Per ben 40 anni, o forse più, ho cantato l’amore e come bisognerebbe vivere. Allora, ne gioivo con gli altri. Ora non ho più nulla di tutto questo, ma torna utile solo a voi. Che possano le mie canzoni d’amore continuare a esservi utili e che la vostra benevolenza sia la mia ricompensa!

Walther von der Vogelweide ci ha lasciato un’opera letteraria straordinaria, che non ha eguali tra i suoi contemporanei, sia in termini quantitativi che qualitativi.
500 strofe, 90 canzoni, 150 poesie sentenziose e una canzone religiosa: sono queste le cifre che riassumono, in termini puramente quantitativi, la sua quarantennale opera in veste di Minnesängerprofessionista e propagandista di professione.
Ancor più interessante delle cifre nude e crude, è l’analisi qualitativa dell’opera di Walther. Gli illustratori dei manoscritti hanno rappresentato il re dei Minnesänger in modo innocente e forse la maggior parte dei suoi versi, per i lettori odierni, è davvera innocua. Ma Walther era tutt’altro che inoffensivo e omologato, era un ribelle letterario, che ha scandagliato e oltrepassato i limiti, cercando addirittura lo scontro con il Papa.
Uno di questi limiti è quello tra il Minnesang e la lirica politica. Prima di Walther von der Vogelweide non c’è stato nessuno che abbia padroneggiato entrambi alla stessa maniera. E ancor più rimarchevole è il fatto che, a un certo punto, il Minnesang di Walther si allontani dall’adulazione altamente ritualizzata delle nobili dame, che poco aveva a che fare con l’affetto sincero, quanto piuttosto con un servizio pagato. Questo “alto amor cortese” è il mestiere che dà da vivere a Walther, il primo a non temere però gli abissi del “basso amor cortese”. E così, egli canta di ragazze semplici, non per adularle, ma per conquistarle.
Ich kam gegangen zuo der ouwe: dô was mîn friedel komen ê. dâ wart ich enpfangen, hêre frouwe, daz ich bin sælic iemer mê. kuster mich? wol tûsentstunt: tandaradei, seht wie rôt mir ist der munt.
Sono andata sui prati, il mio amato era giunto lì poco prima. Lì sono stata accolta, Madre di Dio! E per sempre ne sarò lieta. Mi baciò? Migliaia di volte: tandaradei, vedete, come è rossa la mia bocca.
Walther, con questa iniziativa, insolente per l’epoca, non solo si è fatto degli amici, ma ha anche spianato la strada alla lirica amorosa, come oggi la conosciamo.
Quanto profonda è la traccia lasciata da Walther von der Vogelweide nella storia della letteratura germanica, tanto sono scarse le informazioni sulla sua vita e la sua morte, quest’ultima collocabile tra il 1227 e il 1230. Al 1227 risale anche la chiamata alla crociata dell’imperatore Federico II della dinastia degli Staufer, il cui epilogo Walther probabilmente non ha mai vissuto, non essendo citato nella sua opera poetica.
Al pari dell’anno, anche il luogo della morte di Walther resta un mistero. Alcuni indizi suggeriscono Würzburg, ma non ci sono attestazioni certe e non è dato sapere neppure il luogo della sua sepoltura. Indiscusso resta solo il suo lascito letterario. Almeno quello …
Owê war sint verswunden alliu mîniu jâr! ist mir mîn leben getroumet, oder ist ez wâr? daz ich je wânde ez wære, was daz allez iht? dar nâch hân ich geslâfen und enweiz es niht. nû bin ich erwachet, und ist mir unbekant daz mir hie vor was kündic als mîn ander hant. liut unde lant, dâr inn ich von kinde bin erzogen, die sint mir worden frömde reht als ez sî gelogen
Ahimè, dove sono finiti tutti i miei anni? La mia vita l’ho solo sognata o l’ho vissuta davvero? Quello in cui credevo era veramente realtà, è stato proprio così? Allora ho davvero dormito e non lo so. Ma ora mi sono svegliato e mi appare sconosciuto tutto ciò che conoscevo come le mie tasche. Le persone e la terra dove sono cresciuto mi sono diventati così estranei al punto che sembra non siano mai stati veri.