La cappella degli Spinola

Questa piccola chiesetta, eretta a nome della famiglia Spinola, antica ed illustre casata nobiliare di origine genovese, sorge su una collinetta piena di ulivi, che accompagna i tanti viaggiatori ed automobilisti lungo il monte Quiesa. Ci vuole un occhio attento per notarla, perchè i tanti alberi la celano alla vista distratta dei guidatori. Il personaggio più illustre della famiglia è senzaltro Gianluca Spinola: di carattere forte e generoso aborriva la mollezza e l’opportunismo e nella tragedia della guerra scelse sempre di essere in prima linea, al pari del più umile soldato. Impaziente di andare al fronte fece domanda per essere mandato in Africa: fu arruolato negli Squadroni Spahis sulla frontiera tunisina e, dopo, combatté sul fronte cirenaico negli squadroni corazzati. Rimpatriato a seguito di una grave malattia, fu assegnato ai Reparti corazzati della scuola di Civitavecchia. La proclamazione dell’Armistizio lo colse nei pressi di Firenze. Lo sfacelo dell’esercito e l’invasione dell’Italia da parte delle forze armate tedesche provocarono in Gianluca una generosa reazione. Egli si sentì moralmente impegnato a non restare passivo e, come estremo sacrificio, a dare la sua giovane vita per “salvare l’onore della Patria”. Nell’anno 1949, in occasione della commemorazione del quinto anniversario della morte, il professor Bartolomeo Dal Cerro, già insegnante di Gianluca al Liceo Tasso di Roma, scrive:«...con la sua autoblinda si diede a percorrere le strade della bassa Val di Sieve, tendendo imboscate ai tedeschi che transitavano per la via Aretina. Le sue azioni ben presto si resero largamente note e il suo nome era sulla bocca di molti».
Data la vicinanza del teatro di guerra con l’abitazione ove si trovava sfollata la sua giovane sposa, per non esporla a temute rappresaglie nazifasciste, decise di trasferirsi presso Volterra, ad Ariano, nella villa che la famiglia Elia-Formigli vi possedeva fin dalla fine degli Anni Trenta, e che era al centro della vastissima tenuta agricola Ariano-Casette, comprendente diciotto grandi poderi.
Probabilmente lo accompagnò suo cugino Franco Stucchi Prinetti e lo raggiunsero, in date successive, due ex militari sardi, con i quali costituì, di fatto, una banda partigiana che «...seguitò a molestare e danneggiare il nemico, entrò in relazione coi componenti il Comitato Toscano di Li- berazione Nazionale (CTLN) e vagò da un luogo all’altro, portando viveri, munizioni, materiale recuperato dai lanci alleati, per alimentare la Resistenza e la lotta anti-tedesca».
Gianluca venne a conoscenza che la sua presenza nel volterrano era stata indivi- duata dal nemico, ma, nonostante fosse diventato padre di una bambina che adorava, e che sapesse di un’altra gravidanza della moglie Maria Concetta Giuntini, non abbandonò, anzi intensificò la lotta, mettendosi in stretto contatto coi partigiani delle Brigate Garibaldi “Spartaco Lavagnini” e “Guido Boscaglia”, operati nella zona montuosa compresa tra Colle Val d’Elsa, Volterra e Pomarance, dedicandosi a pericolosi atti di sabotaggio ai ponti della strada statale N. 68, Volterra-Colle Val d’Elsa, ove transitavano ingenti truppe tedesche in ritirata. Alle ore 21 del 12 giugno 1944, insieme con altri partigiani della sua “banda”: Vittorio Vargiu e Francesco Piredda, rispettivamente ex attendente ed ex sottufficiale dello Spinola, il cugino Franco Stucchi Prinetti, una guar- dia campestre della Tenuta di Ariano, Bruno Cappelletti e Basilio Aruffo, uscì dalla fattoria avviandosi con un camioncino sulla strada provinciale. Percorrendo il viale ombreggiato dai pini secolari Gianluca e i suoi compagni avranno ammirato, ancora una volta, la dolcezza di quella immensa campagna e di quei monti lontani segnati dalle bianche colonne di vapore dei soffioni di Larderello, che si stagliavano nella luce del tramonto, non certo presaghi che proprio là, tra quei monti, dopo poche ore, avrebbero trovato la morte. L’attacco ad una colonna motorizzata tedesca causò ingenti perdite al nemico, ma quattro partigiani furono intercettati, arrestati, torturati nel tetro carcere del “Mastio” di Volterra, poi portati in incognito a Castelnuovo di Val di Cecina e, il 14 giugno 1944, il fatale giorno della fucilazione dei 77 minatori di Niccioleta, fucilati e abbandonati irriconoscibili sul terreno.
Sulla tomba, è incisa la semplice epigrafe:
"Gianluca dei Marchesi Spinola/ caduto per la Patria/ nato a Roma il 23.12.1919/ morto a Castelnuovo di Val di Cecina il 14.6.1944."