Howard Phillips Lovecraft, spesso citato come H.P. Lovecraft (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937), fu uno scrittore, poeta, critico letterario e saggista statunitense, riconosciuto tra i maggiori scrittori di letteratura horror insieme ad Edgar Allan Poe e considerato da molti uno dei precursori della fantascienza angloamericana.
Le sue opere, una contaminazione tra horror, fantascienza soft, dark fantasy e low fantasy, sono state spesso descritte, anche da lui stesso, col termine weird fiction (dove weird sta per "strano"), venendo riconosciute tra le principali origini del moderno genere letterario del new weird.

Richiesto, poco prima della morte, di scrivere un’autobiografia, Lovecraft se la cavò in poche paginette, affermando di aver vissuto un’esistenza così monotona da non avere praticamente nulla da dire. In effetti, basta qualche parola per raccontare la sua vita.
Nato nel 1890 a Providence, nel cuore dell’America puritana, ebbe padree madre pazzi, entrambi morti in manicomio. Il primo fu rinchiuso quando lo scrittore aveva tre anni, e morì cinque anni dopo, senza aver esercitato alcun influsso su di lui. La seconda invece morì nel 1921 dopo aver fatto largamente in tempo a soffocare la personalità del figlio, che crebbe isolato, introverso, insicuro, incapace di terminare gli studi o di trovarsi un lavoro.
Anche la sfortuna fece la sua parte: nato nell’agiatezza, lo scrittore non poté goderne, perché le speculazioni sbagliate di uno zio dissolsero le sostanze familiari, gettandolo sul lastrico. Passò un’esistenza desolata in camere d’affitto a Providence, accudito da due anziane zie, sorelle vedove della madre. Imparò a vivere con quindici dollari la settimana, e spesso neppure quelli: quanto gli veniva dall’unico lavoro che gli riuscì di fare, cioè il «negro» per conto di scrittori meno dotati di lui, dei quali rimetteva in sesto i manoscritti.
Di tanto in tanto scriveva un racconto, più che altro per farlo leggere agli amici con i quali era in corrispondenza. Per alcuni di essi trovò uno sbocco su Weird Tales, mensile di storie dell’orrido i cui compensi erano tra i più bassi d’America, e che per di più spesso respingeva i suoi testi. Unica parentesi in questa esistenza monocorde, due anni di matrimonio (con una donna molto più anziana di lui), trascorsi nella New York del Proibizionismo. Fu un periodo che aggiunse incubo a incubo: incapace anche lì di trovare lavoro, ed umiliato dal doversi far mantenere dalla moglie (di mestiere modista, e aspirante scrittrice), era inoltre disgustato – lui che proveniva da una della più linde e ordinate cittadine della provincia americana– dalla gran babele di razze, ceti, traffici della metropoli.
Se ne tornò dalle zie, e riprese la solita vita, concedendosi come unica distrazione, quando poteva, qualche viaggio in pullman nei luoghi storici d’America. Morì a quarantasei anni di cancro, con lo stomaco e i reni rovinati da un regime alimentare ai limiti dell’assurdo.
Fin qui gli scarni dati di un’esistenza vuota. Ad essi vanno aggiunte però alcune notazioni inattese, sorprendenti. Questo strano autodidatta, solo e sfortunato, autore di storie dai soggetti repulsivi, fu al centro dell’esistenza di decine di persone che pendevano dalle sue labbra come da un oracolo; intrecciò una corrispondenza incredibilmente vasta, inviando lettere straordinarie, ricche di umanità, di humour, di senso del meraviglioso, a centinaia di conoscenti in America e fuori: centomila missive, spesso lunghissime, che formano l’epistolario più vasto che si conosca dall’invenzione della scrittura1 .
In queste lettere, fece mostra di un’erudizione e di una memoria talmente vaste da lasciare sbigottiti: il francese Jacques Bergier – di professione fisico nucleare, e lui stesso famoso «mostro» di intelligenza e cultura – affermò che «mai nella mia vita mi era capitato di corrispondere con una creatura altrettanto onnisciente». Con l’incitamento, l’esempio, i consigli, aiutò decine di suoi corrispondenti a formarsi una carriera letteraria, specialmente nel campo del Fantastico, ma non solo in questo (in molti casi, ne aiutò gli esordi riscrivendone completamente i primi racconti, e senza mai voler apparire né essere compensato); sollecitò, anche da parte di persone che non lo avevano mai incontrato, una misura d’affetto straordinaria: Robert Bloch (l’autore di Psycho) scrisse per esempio che avrebbe attraversato gli Stati Uniti in ginocchio per essere al suo capezzale, se avesse saputo che era malato; diede nuova forma al genere horror, ribaltandone il punto di vista in senso cosmico, e fornendo così nuovi motivi d’ispirazione per intere generazioni di scrittori.
Di tutte queste cose abbiamo testimonianza attraverso gli scritti di coloro che vennero in contatto con Lovecraft, di persona o per lettera, e da questo incontro ebbero segnate le loro vite. Dagli «allievi» che si aprirono una strada nel mondo della letteratura fantastica, come il già citato Bloch, e poi August Derleth, Fritz Leiber, Frank Belknap Long, Henry Kuttner, Joseph Payne Brennan, Donald Wandrei, per nominarne solo alcuni, ai clienti per il lavoro di revisione; ai membri dei diversi circoli di giornalisti dilettanti di cui lo scrittore fece parte; ai corrispondenti che non avevano interessi letterari, ma erano affascinati dalla personalità di Lovecraft come uomo, e non come autore. Per molti di questi ultimi, il ritratto dell’amico scomparso fu l’unica cosa che scrissero.
Ci ritroviamo così, ancora, di fronte alla domanda dalla quale eravamo partiti: quale può essere la radice dell’inesplicabile fascino esercitato dalla figura del «Solitario di Providence», un fascino tanto impalpabile, ma pure tanto potente da esercitarsi decine d’anni dopo la sua morte, e su soggetti tanto diversi? Per rispondere, dobbiamo mettere meglio a fuoco la personalità di Lovecraft: e per questo dobbiamo risalire alla sua infanzia, vissuta in un singolare territorio, fra il mito e l’incubo.

Ubi Liber, Ibi Opes.
Dove c'è un libro, lì le ricchezze.
I libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità.
(Jean-Paul Sartre)
Questa serie di cache nasce da una delle mie grandi passioni: la lettura.
Ho sempre letto tantissimo, anche un libro a settimana talvolta, fin da quando avevo circa 14 anni, ma il periodo più fruttuoso per la lettura son state e saranno sempre, per me, le ferie: qui si arriva a vette mai raggiunte, spesso di 2/3 libri a settimana (se non di più), e dato che il periodo è quello, perché non pubblicare ora questa GeoArt?
Così ho voluto dare uno spunto di lettura a tutti voi, sperando che gli autori proposti siano di vostro gradimento, anche se talvolta potrebbero risultare più leggeri rispetto ad altri.
Questa GeoArt era nata infatti come serie di letteratura horror, ma la scelta sarebbe stata troppo ristretta, esculdendo tra l'altro autori che avrei preferito includere; hocosì riconvertito il tutto!
Noterete che ho escluso qualsiasi autore italiano: è una precisa scelta, non me ne vogliate, e magari in futuro potrei creare una serie tutta "all'italiano".
Buona lettura, e buon geocaching!

La mystery
Dato che le cache saranno tante ho pensato a qualcosa di semplcie per risolverle... basta trovare il racconto giusto!
Non sono accettati fotolog.
Era un’oscenità innominabile e gigantesca, con due occhi rossi e biechi, e stringeva tra le zampe nodose una cosa che un tempo doveva essere un uomo, rosicchiandogli il cranio come un bambino mordicchia un bastoncino di zucchero.
Era accovacciato, tuttavia, se lo guardavi bene, sembrava che potesse mollare la sua preda da un momento all’altro per procurarsi un pranzetto più invitante.
Maledizione però, Eliot, non era il soggetto infernale a rendere quella tela la sintesi ultima di ogni orrore... e non erano neppure quella faccia canina e quelle orecchie a punta, né quegli occhi iniettati di sangue, né quel naso schiacciato o quelle labbra gocciolanti di bava. E non erano neanche quelle zampe scagliose, quel corpo gelatinoso, o quegli artigli semisollevati. No, non era niente di tutto questo, pur se un dettaglio solo di quelli sarebbe bastato a far uscire di senno una persona suggestionabile.
Era la tecnica, Eliot! Quella sua tecnica infame, spietata e disumana! Mai, in tutta la mia esistenza, avevo visto una tela palpitare di vera vita!
Avevi la sensazione che l’odioso colosso fosse lì con te! Ti scrutava torvo e digrignava le zanne. Mi venne in mente che solo un sovvertimento delle leggi naturali aveva potuto rendere possibile che un uomo riuscisse a dipingere una cosa del genere senza ispirarsi ad un modello... senza avere mai visto l’Inferno, perché solamente chi ha venduto l’anima al Diavolo può vedere l’abisso.
