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Ubi Liber, Ibi Opes: #02 - Jack Vance Mystery Cache

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Lord Yoruno: Rimossa e archiviata

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Hidden : 6/23/2020
Difficulty:
2 out of 5
Terrain:
1.5 out of 5

Size: Size:   micro (micro)

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Geocache Description:


Ubi Liber, Ibi Opes

Jack Vance





Jack Vance, pseudonimo di John Holbrook Vance (San Francisco, 28 agosto 1916 – Oakland, 26 maggio 2013), è stato uno scrittore statunitense, autore di romanzi fantasy e di fantascienza, benché Vance stesso abbia obiettato a questa definizione. Ha firmato gran parte delle sue opere come Jack Vance, ma ha anche usato il suo nome completo oltre agli pseudonimi Ellery Queen (dal famoso scrittore di gialli), Alan Wade, Peter Held e John van See.

Nel campo della fantascienza ha vinto due volte il premio Hugo con i romanzi brevi The Dragon Masters (1962) e The Last Castle (1967), opera con cui ha vinto anche il premio Nebula.

Tuttavia questi riconoscimenti gli sono arrivati abbastanza tardi, quando aveva al suo attivo una quindicina di anni di carriera: soltanto dopo il 1960 si cominciò a notare la presenza di Vance e a considerarlo un autore significativo; in precedenza Vance veniva considerato un buon scrittore di space opera, ma niente più.

I motivi che hanno dato a Vance la fama di autore di space opera per tutto il corso degli anni cinquanta sono fondamentalmente due. Il primo è che Vance scrisse effettivamente varie space opera per tutto il decennio, e che questi romanzi ebbero più diffusione delle sue opere più personali. Il secondo motivo è legato al suo modo stesso di scrivere.

Vance apparve sulla scena quando regnava ancora la fantascienza tecnologica-sociologica degli anni quaranta ma si stava già facendo avanti il tipo di opere brillanti di Pohl, Sheckley, Brown. La prima era un tipo di narrativa estremamente seria, tendeva a fare solide e funeree previsioni sul futuro; la seconda si rivolgeva satiricamente contro l'America di allora. Jack Vance, che era legato a una scuola di scrittori più immaginativi (tra gli autori che hanno esercitato un influsso su di lui, egli stesso citava Burroughs, Cabell e Chambers; di solito si riconoscono in lui forti tracce di Merritt ed Eddison), non si trovava a suo agio in questo tipo di storie. Ne scrisse diverse, compresi alcuni racconti su base scientifica, ma si trattava di opere abbastanza comuni.

Dopo il 1960, le due scuole tramontarono, e si fece avanti una nuova leva di scrittori come Delany, Zelazny, Ursula Le Guin, Cordwainer Smith, Ballard, i quali davano molto importanza allo stile con cui scrivevano, e non soltanto alle idee da loro presentate. Vance era molto più vicino a questi scrittori che non alla scuola di «Astounding» o a quella di «Galaxy», e col cambio di gusti del pubblico si rivalutò la sua produzione precedente e si premiò con l'Hugo quella nuova.

Le prime opere pubblicate di Vance sono del 1945 e sono apparse su una rivista di secondo piano, «Startling Stories», che in quegli anni accoglieva molti scrittori che in seguito si sarebbero fatti un nome: Bradbury e Farmer, ad esempio. Su «Startling Stories» apparvero anche le avventure di «Magnus Ridolph» un curioso avventuriero spaziale, astuto e amante delle comodità, che risolve strani problemi su altri mondi. Si tratta di racconti mediamente godibili, con varie trovate gustose, buffi personaggi, situazioni paradossali; il loro stile è brillante, i dialoghi vivaci. Il difetto di questi racconti sono i finali, molto discutibili e arbitrari, ma trent'anni fa non si badava molto a queste cose.
Le storie di Magnus Ridolph sono dodici in tutto, e tutte, salvo una, apparvero dal 1948 al 1952. Negli stessi anni Vance scrisse alcune space opera come Planet of the Damned e The Five Gold Bands, e due romanzi importanti: The Dying Earth e Big Planet.
The Dying Earth è un'opera con molti punti d'interesse. Sono sei episodi ambientati in una Terra del lontanissimo futuro: un pianeta morente su cui sopravvivono i resti di un'antica scienza. I pochi sapienti rimasti usano questa scienza come se fosse magia o alchimia, avvolgendola di veli di superstizione. Il libro ricorda numerosi precedenti, apparsi nel periodo tra le due guerre mondiali. L'atmosfera generale è quella di un romanzo di W. H. Hodgson, The Night Land, e di alcune serie di racconti di C. A. Smith, il maestro del fantastico degli anni trenta. Non si tratta però di una imitazione: mentre Hodgson e Smith hanno uno stile lento, greve, ottocentesco, Vance scrive in uno stile vivo e moderno, come gli scrittori di fantascienza degli anni cinquanta. Per chiarire le idee, vediamo come Vance risolve il problema generale di presentare qualcosa — un oggetto, ad esempio — che il lettore non conosce. I vecchi scrittori di fantascienza, quando compariva uno di questi oggetti, si soffermavano a descriverlo lungamente. Verso il 1940, gli scrittori si accorsero che non era necessario descrivere ogni volta le cose: era sufficiente mostrarle nel corso del loro funzionamento. Se leggiamo: «Lo chiamò al visifono… l'immagine che apparve sullo schermo…» capiamo che si tratta di un telefono che riproduce anche le immagini, senza bisogno di sapere com'è fatto e chi lo ha inventato.
Questo modo di introdurre clandestinamente le novità permette di non interrompere ogni volta la storia con digressioni: i racconti diventano più agili. Vance si serve di questa tecnica per narrare lo stesso tipo di cose che Smith narrava in modo fiorito e rococò: le storie di Vance diventano leggibili senza perdere i vantaggi di uno stile poetico e della tradizione fantastica. È un modo vitale e moderno di portare avanti il discorso del fantastico tradizionale, che era finito in mano a scrittori come Lovecraft, Eddison e Dunsany, i quali scrivevano per un pubblico aristocratico (o che si credeva tale perché amava gli aggettivi), e aveva perso gradualmente la presa sul pubblico più vasto.

The Dying Earth non apparve sulle riviste di fantascienza: venne pubblicato in volumetto. La tiratura era molto bassa, e il volumetto si esaurì subito: la scarsa reperibilità contribuì a fame parlare come di un capolavoro e a sopravvalutarne l'effettivo valore. Si tratta di un romanzo interessante, ma molto immaturo. Le opere che lo stesso Vance e altri autori scriveranno in seguito sono molto migliori. Si veda ad esempio The Dragon Masters, con cui Vance vinse l'Hugo. The Dying Earth cominciava a fare un pasticcio tra scienza e magia fin dalle prime pagine, e non riusciva mai a risolverlo. Invece Dragon Masters trova un modo intelligente per presentare una scienza — la biologia — che gli permette di introdurre cose straordinarie, ma plausibili. Inoltre, nel suo complesso, The Dying Earth non ha né capo né coda: è una serie di racconti infilati uno dietro l'altro; quando siamo al sesto è come se fossimo ancora al primo. Invece The Dragon Masters è un romanzo che si svolge su più livelli: è la storia di una battaglia, ma è anche la storia dei rapporti tra i protagonisti e i loro draghi; quando poi compaiono i «basici» e s'instaura una situazione geometrica (gli uomini usano come soldati dei draghi semintelligenti, i draghi usano come soldati gli uomini semintelligenti) vediamo che il tema fondamentale del racconto è ancora un altro: The Dragon Masters è un documento sulla schiavitù. Dragon Masters è vicino a opere come Lord of Light di Zelazny o Ali della notte di Silverberg, mentre The Dying Earth è ancora molto vicino alla scuola degli anni trenta.

L'altro importante romanzo del periodo inaugura un fortunato filone di opere dello stesso Vance. Si tratta di Big Planet, noto anche in Italia con il titolo L'odissea di Glystra. Varie strane avventure hanno accompagnato la pubblicazione di questo romanzo. Apparve su «Startling Stories» nel 1952 e fu ristampato in volume nel 1957. Contrariamente alla tradizione, l'edizione in volume presentava molti tagli rispetto a quella in rivista. Lo stesso Vance poi fornisce un'informazione curiosa, quando dice che in origine il dattiloscritto comprendeva tre episodi che non sono stati pubblicati nell'edizione di «Startling Stories»: era un romanzo di 300 pagine, mentre l'edizione che circola è di 160 pagine striminzite.

Con Big Planet, dicevamo, inizia un filone fortunato di opere di Vance: le opere in cui descrive mondi semibarbarici, abitati da gruppi di eccentrici. Tra queste opere sono celebri il romanzo The Moon Moth e il ciclo di Tschai; rientra nel filone anche la serie di Durdane.

Ubi Liber, Ibi Opes.
Dove c'è un libro, lì le ricchezze.

I libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità.
(Jean-Paul Sartre)

Questa serie di cache nasce da una delle mie grandi passioni: la lettura.
Ho sempre letto tantissimo, anche un libro a settimana talvolta, fin da quando avevo circa 14 anni, ma il periodo più fruttuoso per la lettura son state e saranno sempre, per me, le ferie: qui si arriva a vette mai raggiunte, spesso di 2/3 libri a settimana (se non di più), e dato che il periodo è quello, perché non pubblicare ora questa GeoArt?
Così ho voluto dare uno spunto di lettura a tutti voi, sperando che gli autori proposti siano di vostro gradimento, anche se talvolta potrebbero risultare più leggeri rispetto ad altri.

Questa GeoArt era nata infatti come serie di letteratura horror, ma la scelta sarebbe stata troppo ristretta, esculdendo tra l'altro autori che avrei preferito includere; hocosì riconvertito il tutto!
Noterete che ho escluso qualsiasi autore italiano: è una precisa scelta, non me ne vogliate, e magari in futuro potrei creare una serie tutta "all'italiano".

Buona lettura, e buon geocaching!

La mystery

Dato che le cache saranno tante ho pensato a qualcosa di semplcie per risolverle... basta trovare il nome da Bimbo Puro imposto a Mur nel primo libro di Durdane!

Dopo tre mesi Mur fu convocato a un secondo colloquio con il padre putativo, nella stanza inferiore. Osso mise di nuovo in guardia Mur circa la condotta da tenere. — Non è mai troppo presto perché tu cominci a comportarti secondo le norme di Bimbo Puro. Ogni giorno sprecato è un giorno aggiunto alla tua vita infantile. Studia il Vademecum del Bambino, di cui ti verrà data una copia. Ti sei scelto un nome?
— Sì — rispose Mur.
— E quale sarà allora il tuo nome da maschio?
— Ora mi chiamo Gastel Etzwane.
— «Gastel Etzwane!» In nome dell'onnistraordinario, dove sei andato a pescare un nome del genere?
— Beh, naturalmente ho considerato i tuoi suggerimenti — disse Mur, in tono conciliante, — ma ho pensato che avrei voluto essere qualcosa di diverso. Un uomo che è passato lungo la Via dei Rododendri mi ha dato un libro intitolato Eroi dell'antico Shunt, e li ho trovato i miei nomi.
— E chi è «Gastel»? Chi è «Etzwane»?
Mur, o piuttosto Gastel Etzwane, visto che adesso si chiamava così, lanciò un'occhiata incerta al padre putativo, dal quale si era aspettato familiarità con quelle personalità magiche.
— Gastel costruì un grande aliante di vermena e tela e si lanciò da monte Testadistrega, con l'intenzione di sorvolare lo spazio di Shant, ma quando giunse a capo Merse, anziché atterrare, continuò a navigare sull'oceano Purpureo verso Caraz, e non fu più visto… Etzwane fu il più grande musico che abbia mai percorso Shant.
Osso restò in silenzio per mezzo minuto, cercando le parole. Alla fine parlò, con obbrobrio meditato. — Un aeronauta pazzo e uno strimpellatore di canzonette: questi sono i tuoi modelli. Non sono riuscito a inculcare in te i giusti ideali; sono stato negligente ed è chiaro che adesso, nel tuo caso, devo essere più energico. Il tuo nome non sarà Gaswane Etzel o come diavolo si dice.


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