“Il comune di Arezzo è autorizzato a modificare la denominazione della frazione Bastardo in San Giuliano di Arezzo”. Con queste parole il Regio Decreto n. 69 del 19 gennaio 1940 chiudeva la millenaria storia d’un paese affatto particolare ed apriva, senza saperlo, quella destinata a farne in pochi decenni una popolosa periferia del capoluogo. Era luogo di sosta e accoglienza per i viaggiatori e i mercanti e divenne sede della prima fattoria granducale, la Real Fattoria del Bastardo.
L’oratorio del suo antico Spedale era intitolato a San Giuliano, patrono dei viandanti, ed ecco perché, quando fu deciso di cambiare un nome ritenuto “sconveniente e offensivo”, si scelse quello attuale.
Il Bastardo è sempre stato particolare, e non solo nel nome, non aveva mura né fortificazioni, non una chiesa battesimale e neppure una semplice parrocchia; non vi erano piazze, e non vi sono neanche oggi. Non aveva insomma niente del villaggio tradizionale, eppure era importante e conosciuto. Il nome dall’origine ancora incerta: alcuni lo fanno risalire all’esistenza sul posto, nel medioevo, d’uno Spedale che accoglieva i figli illegittimi allora numerosi non meno di oggi; altri alla via “fiorentina”, percorsa per secoli da carovane di asini e muli che portavano il grano “a basto” dalla Val di Chiana a Firenze, detta per questo via del Bastardo; altri ancora chiamano in causa il figlio illegittimo di Guglielmino degli Ubertini, il grande vescovo che morì a Campaldino nel 1289; altri infine parlano d’un oste rimasto anonimo e dagli incerti natali.
L'edificio in cui è posta la cache era un' abitazione privata poi donata dalla famiglia al governo fascista. Utilizzato dapprima come scuola materna, la parte bassa, e come studio medico la torretta (dove è posta sulla fiancata l'aquila emblema del fascismo e dove sotto era presente un fascio poi rimosso). Dopo adibito ad ufficio postale. Adesso all'interno si trovano centraline della Tim Telecom Italia.