Wilbur Smith (Broken Hill, 9 gennaio 1933) è uno scrittore sudafricano.
Di origini britanniche, ha raggiunto il successo nel 1964 con Il destino del leone.
Molti dei suoi romanzi sono ambientati nel XVI e nel XVII secolo e raccontano gli insediamenti nelle zone meridionali dell'Africa, contribuendo a spiegare l'ascesa e l'influenza storica dei coloni inglesi e olandesi in quei territori.
Tra i suoi maggiori successi: Il destino del leone, La spiaggia infuocata, Il dio del fiume, Il settimo papiro.
Considerato l'incontrastato «maestro dell'avventura» e uno dei massimi autori di bestseller, ha venduto oltre 122 milioni di copie dei suoi libri nel mondo, di cui 23 milioni solo in Italia.
Il Times lo ha definito «un autore di culto, uno di quei punti di riferimento cui gli altri scrittori vengono continuamente paragonati».
La maggior parte dei suoi romanzi è legata all'Africa, sua terra natale.

"Sono nato il 9 gennaio 1933 nella Rhodesia del Nord, l’attuale Zambia, in Africa centrale.
A diciotto mesi, colpito dalla malaria cerebrale, delirai per dieci giorni. I medici dissero ai miei genitori che era meglio augurarsi che io morissi perché, se anche fossi sopravvissuto, avrei subito danni irreversibili al cervello. Nonostante le strutture mediche primitive dell’Africa di quei tempi, la loro prognosi si è dimostrata corretta: sono sopravvissuto e ora sono un po’ matto. Il che è un bene: bisogna avere un pizzico di follia per procacciarsi il pane scrivendo romanzi."
Così inizia l'autobiografia di Wilbur Smith sul suo sito; vale davvero la pena di leggerla!
"Ho trascorso i primi anni della mia vita nel ranch di mio padre. Per parco giochi avevo 12.000 ettari (o se preferite 25.000 acri) di foresta, colline e savana. I miei compagni di giochi erano i figli di quelli che lavoravano al ranch, ragazzini neri con interessi e preoccupazioni identici ai miei. Primo fra tutti: evitare la disciplina e l’interferenza irragionevole degli adulti. Armati di fionda e accompagnati da un branco di cani bastardini vagavamo nella boscaglia, andando a caccia di uccelli e piccoli mammiferi. Poi li cucinavamo su falò improvvisati e li divoravamo con immenso gusto. Tornavo a casa la sera all’ora che mi andava, con le ginocchia nude graffiate e sanguinanti per le spine uncinate dei roveti, puzzando di legna bruciata e di sudore asciugato sulla pelle, martoriato dalle zecche che proliferavano tra gli arbusti.
[...] Il mio vecchio era severo, un padre Vittoriano DOC. Se lo riteneva necessario, non esitava a sfilarsi la cintura e a darmi un assaggio della fibbia. Non mi lamentavo. Di solito me le meritavo, e un paio di sculacciate assestate sulle chiappe magre costituivano un piccolo prezzo da pagare per stare vicino a lui. Per me era Dio in terra. Lo adoravo.
Quando compii otto anni mi regalò un fucile a ripetitore Remington, calibro 22. Era appartenuto a mio nonno prima di lui, e aveva 122 tacche sul calcio. Mi insegnò poi a sparare in modo sicuro e a rispettare il codice d’onore del cacciatore. Presto sul calcio non c’era più spazio per le mie tacche. È stato l’inizio della mia storia d’amore con le armi da fuoco, che dura da una vita.
Il precedente proprietario del fucile, mio nonno, aveva un magnifico paio di baffi macchiati solo leggermente dal tabacco. Poteva centrare la sputacchiera a cinque passi di distanza senza sbagliare mai la mira. Era così bravo a raccontare storie da far schizzare fuori dalle orbite gli occhi di un bambino di otto anni per la meraviglia. In gioventù era stato un potente Nimrod e un guerriero. Aveva comandato una squadra di pistoleri Maxim durante le guerre Zulu. Il suo nome era Courteney James Smith. Più tardi, presi a prestito il suo nome, Courteney, per l’eroe del mio primo romanzo, “Il destino del leone”.
Se il mio vecchio era Dio, mia madre era un angelo caduto del cielo. Mi proteggeva dalla rabbia di mio padre, fino a quando non si calmava. Mi ha insegnato ad amare tutta la natura. Mi ha aperto gli occhi alla bellezza selvaggia del mondo intorno a me. Era un’artista, e fino almeno all’età di 93 anni, ha dipinto ad acquerello alberi e animali.
Amava i libri sopra a ogni cosa. Prima che potessi leggere da solo mi ha insegnato a riverire i libri e la parola scritta. Ogni sera mi leggeva storie della buona notte, e queste sessioni divennero i momenti più belli delle mie lunghe, emozionanti giornate al ranch.
[...] Secondo mio padre, la mia ossessione per i libri era innaturale e malsana. Ero costretto a leggere di nascosto. Trascorrevo così tanto tempo chiuso nella latrina, dove tenevo in segreto una pila dei miei libri preferiti, che mio padre intimò a mia mamma di somministrarmi dosi regolari e abbondanti di olio di ricino.
Ecco come la vita meravigliosa che conducevo allora ebbe una fine improvvisa. Uno dei miei compagni venne mandato in collegio. Avevo solo un vaga idea di quello che volesse dire, ma sembrava una cosa molto eccitante. Suggerii quindi ai miei genitori che sarei dovuto andare in collegio anch’io. Mia madre scoppiò in lacrime di fronte alla prospettiva di perdere il suo bambino. Mio padre stabilì invece che l’esperienza mi avrebbe reso un uomo, e così, finii nel collegio Cordwalles, a Natal, Sud Africa.
Tutto ciò aveva comportato un viaggio in treno di tre giorni attraverso gran parte del Paese. Apprezzai immensamente la novità, nella prima settimana o giù di lì. Molto presto il cibo, le docce fredde, la disciplina e le funzioni religiose interminabili cominciarono a fiaccare il mio entusiasmo. Poi ricevetti la mia prima fustigazione: tre colpi su tutta la schiena con una canna sottile, per il crimine efferato di aver parlato dopo che erano state spente le luci nel dormitorio. Mio padre non sarebbe mai stato così ingiusto.
Chiesi udienza al direttore e gli dissi che, se a lui non dispiaceva, avevo pensato che sarebbe stata una buona idea tornare a casa al ranch. Purtroppo, gli dispiaceva, e non pensava affatto che la mia fosse una buona idea. Così ho scontato tutta la sentenza, otto anni di duro, triste lavoro. Se non avevi alcun interesse nell’afferrare o calciare palloni, e se odiavi il latino e la matematica, eri considerato un fannullone. Non era affatto bello essere considerato tale. Ti rendevano un paria. Ma che andassero pure tutti all’inferno. Avevo il mio antidoto: avevo i miei libri.
[...] Andai alla scuola superiore, Michaelhouse, ossia Accademia di St. Michael per giovani gentiluomini. Era un nome improprio: non c’era un solo gentiluomo tra noi. Era tutto molto simile a prima, tranne che era molto peggio. Il cibo era pessimo e le botte più pesanti e più frequenti. C’era la stessa ossessione per gli sport di squadra e le materie scientifiche. Il college era situato ai piedi dei monti Drakensberg, gli inverni erano artici.
Il mio professore di inglese era anche il professore di scienze, e il suo cuore era totalmente rapito da quest’ultimo ruolo. Non ebbe l’intelligenza di riconoscere del genio letterario quando se lo trovò sotto il naso. Non c’erano più premi di composizione letteraria per me. L’unica esperienza degna di nota è stata quella di aver avviato un giornale della scuola per il quale scrivevo l’intero contenuto, fatta eccezione per le pagine sportive. La mia colonna satirica settimanale era diventata abbastanza famosa, e circolava anche al Wykham Collegiate e a St Annes, le due scuole femminili famose per ospitare le più belle ragazze che esistessero nel raggio di centinaia di miglia."
La biografia continua qui: https://www.wilbursmith.longanesi.it/biografia/
Nel corso di tanti anni penso di aver letto praticamente tutti i libri di quest'autore, del quale ho anche un fantastico autografo grazie alla mia babbana preferita: mia moglie!

Ubi Liber, Ibi Opes.
Dove c'è un libro, lì le ricchezze.
I libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità.
(Jean-Paul Sartre)
Questa serie di cache nasce da una delle mie grandi passioni: la lettura.
Ho sempre letto tantissimo, anche un libro a settimana talvolta, fin da quando avevo circa 14 anni, ma il periodo più fruttuoso per la lettura son state e saranno sempre, per me, le ferie: qui si arriva a vette mai raggiunte, spesso di 2/3 libri a settimana (se non di più), e dato che il periodo è quello, perché non pubblicare ora questa GeoArt?
Così ho voluto dare uno spunto di lettura a tutti voi, sperando che gli autori proposti siano di vostro gradimento, anche se talvolta potrebbero risultare più leggeri rispetto ad altri.
Questa GeoArt era nata infatti come serie di letteratura horror, ma la scelta sarebbe stata troppo ristretta, esculdendo tra l'altro autori che avrei preferito includere; hocosì riconvertito il tutto!
Noterete che ho escluso qualsiasi autore italiano: è una precisa scelta, non me ne vogliate, e magari in futuro potrei creare una serie tutta "all'italiano".
Buona lettura, e buon geocaching!

La mystery
Dato che le cache saranno tante ho pensato a qualcosa di semplcie per risolverle... basta trovare il nome del protagonista di tutti i Romanzi egizi!
Il fiume si snodava lento nel deserto, luminoso come una colata di metallo fuso appena sgorgato dalla fonderia. Il cielo era velato dalla foschia e il sole batteva con la violenza del maglio d'un ramaio. Nel miraggio, le colline spoglie che fiancheggiavano il Nilo parevano tremare sotto i colpi.
La nostra barca procedeva veloce accanto ai papiri, abbastanza vicina perché giungesse fino a noi lo scricchiolio dei secchi pieni d'acqua degli altaleni, dai lunghi bracci controbilanciati, che irrigavano i campi. Quel suono si fondeva con il canto della ragazza seduta a prua.
Lostris aveva quattordici anni. Il Nilo aveva iniziato l'ultima inondazione lo stesso giorno in cui era fiorita per la prima volta la sua luna rossa di donna, una coincidenza che i sacerdoti di Hapi avevano considerato molto propizia. Lostris era il nome da adulta che avevano scelto per sostituire il nome abbandonato di bambina, e significava: «Figlia delle Acque».
La ricordo nitidamente, quel giorno. Sarebbe diventata ancora più bella con il trascorrere degli anni, sarebbe diventata più posata e regale, ma quello splendore di femminilità virginea non si sarebbe più irradiato da lei in modo così travolgente. Tutti gli uomini che erano a bordo, persino i guerrieri sulle panche dei rematori, ne erano consapevoli. Né io né loro riuscivamo a distogliere lo sguardo da lei. Lostris infondeva in me un senso d'inadeguatezza e, nel contempo, mi suscitava un desiderio profondo e sconvolgente perché, sebbene io sia eunuco, sono stato castrato soltanto dopo aver conosciuto la gioia del corpo d'una donna.
