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Parco di Villa Sorra Mystery Cache

Hidden : 1/9/2022
Difficulty:
2 out of 5
Terrain:
1.5 out of 5

Size: Size:   micro (micro)

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Geocache Description:


Parco di Villa Sorra

A partire dalla seconda metà del Seicento il modenese Francesco Sorra acquista diversi terreni a Castelfranco nelle località di Gaggio e Panzano. Castelfranco Emilia allora faceva parte dello Stato pontificio e segnava il confine con il Ducato estense. Nel 1681 Francesco ottiene dal Senato felsineo la cittadinanza bolognese e successivamente villa Sorra, posta a cavallo tra i due territori, per lui, cittadino di Modena e di Bologna e ricco mercante con interessi economici in entrambe le città, anche simbolicamente diviene emblema di questa sua condizione. Forse anche per questo così grande era il suo desiderio che la tenuta si ingrandisse e tramandasse nel tempo la gloria della famiglia. Le sue disposizioni testamentarie del 1690 obbligano infatti il figlio secondogenito Antonio (erede dei beni paterni collocati nel bolognese, mentre al primogenito Andrea verranno lasciati quelli modenesi) a incrementare le dimensioni della proprietà e a garantire, attraverso un fedecommesso ristretto alla diretta discendenza maschile, la successione del patrimonio inalienato a un erede che porti il cognome Sorra. Nel 1698 il duca di Modena, Rinaldo I d'Este, concede a tutti i figli maschi di Francesco Sorra il titolo di conte, ed è proprio in quegli anni che Antonio comincia ad acquisire terreni e a costruire nella villa di Panzano una “Casa da Padroni per necessario commodo di villegiare e sopraintendere personalmente alli detti beni” e il bellissimo giardino, già allora in Emilia uno dei più notevoli di cui abbiamo notizia.

Antonio Sorra muore nel 1739 designando come erede il nipote Francesco Maria, figlio del fratello Andrea. Francesco Maria muore senza lasciare eredi diretti: i suoi beni nel bolognese vengono così ereditati da Cristoforo Munarini, figlio primogenito di sua nipote, Eleonora Sassi, sposata al conte Camillo Munarini. A Cristoforo, allora minorenne, viene imposto di sostituire al cognome paterno quello di Sorra, ma in realtà egli porterà entrambi i cognomi e Palazzo Sorra, nella cartografia dell'epoca, viene indicato anche solo come Palazzo Munarini.

È Cristoforo che, nel 1827, concede alla moglie, la marchesa modenese Ippolita Levizzani, il permesso di trasformare il giardino in stile “romantico inglese”. Cristoforo Munarini Sorra muore nel 1830 e lascia i suoi beni in parti uguali alla figlia Costanza e al nipote Giacomo Malvasia, concedendo tuttavia l'usufrutto di villa e giardino alla moglie, che potrà così continuare i lavori. Egli dispone altresì che a Costanza succeda lo stesso Giacomo e a lui l'altra sua nipote Eleonora, sorella di Giacomo e moglie di Alessandro Fròsini. Stabilisce, infine, che alla morte di questa il patrimonio venga suddiviso in parti uguali tra i figli di lei, non attenendosi quindi al fedecommesso istituito da Francesco Sorra volto a consentire a un unico erede maschio di conservare intatta e sotto il nome dei Sorra la proprietà. Così, nel 1869, i figli di Eleonora Malvasia Fròsini vendono la tenuta al modenese Ludovico Cavazza.

Alla sua morte, avvenuta nel 1894, gli succede il figlio Ercole. Questi scompare nel 1926 senza lasciare eredi diretti: le sue disposizioni testamentarie prevedono che la proprietà passi ai figli del fratello Gian Battista oppure, nel caso di sua mancata discendenza, che la totalità dei beni mobili e immobili venga destinata alla costituzione di un Ente a beneficio dei poveri. Così accade e, nel 1933, viene costituito l'Ente morale “Pio Istituto Coniugi Cavazza”, amministrato dall'Arcivescovato di Modena che, nel 1972, cede una frazione della proprietà comprendente la villa, il giardino e i poderi “San Cristoforo”, “Conserva” e “Gruppo” alla Provincia di Modena e ai Comuni di Modena, Castelfranco Emilia, Nonantola e San Cesario sul Panaro. L'ultima modifica all'assetto proprietario della tenuta avviene nel 1983, quando la Provincia di Modena, per il corrispettivo simbolico di 100 lire, vende la sua quota di proprietà al Comune di Castelfranco Emilia.

La villa si erge al centro della tenuta ed è stata commissionata dal conte Antonio Sorra, da cui ancora oggi prende il nome, all'inizio del XVIII secolo al progettista Giuseppe Anonio Torri. Il palazzo è costituito da un corpo centrale, a pianta quadrata, che ha al suo apice un'altana. Originariamente, la villa aveva un torrino esagonale, che venne, successivamente, demolito nel dopoguerra. Recenti e attendibili studi fanno risalire l'inizio della costruzione agli ultimissimi anni del Seicento e individuano il progettista in Giuseppe Antonio Torri (1655-1713), assistito dall'allievo Francesco Maria Angelini. Al primo, insieme al padre a capo dello studio di progettazione allora più importante di Bologna, si attribuisce la paternità del progetto generale, al secondo la direzione dei lavori e il loro completamento. Non solo documenti d'archivio fanno propendere per questa nuova ipotesi: anche il raffronto stilistico rende verosimile questa tesi, particolarmente convincente nel caso dello scalone di Palazzo Caprara a Bologna e, soprattutto, della Chiesa di San Domenico a Modena. Per quanto riguarda l'impianto generale, se a prima vista un referente tipologico immediato sembrerebbe essere, ad esempio, il seicentesco Palazzo Albergati di Zola Predosa, un'analisi più attenta mostra come qui manchi quella fluidità e continuità degli spazi interni tipica delle ville senatoriali bolognesi, e si sentano maggiormente richiami di derivazione cinquecentesca anche illustri, uno per tutti la Rotonda (villa Capra) del Palladio. All'opera dell'Angelini, dicevamo, possiamo invece attribuire le parti decorative, che denotano una cultura più aggiornata, un barocchetto svincolato dal disegno molto forte dell'impianto tipologico.

La villa padronale, costituita da un corpo centrale sovrastato dall'altana, aveva originariamente un più accentuato volume piramidale dovuto alla presenza di un terzo corpo sovrapposto, ovvero un torrino esagonale che però fu demolito nel dopoguerra in quanto pericolante e mai più ricostruito. Presenta un blocco compatto alla base e due avancorpi che fiancheggiano le facciate d'ingresso, che risultano così leggermente arretrate. Internamente la villa è imperniata sul grande salone centrale ovato a doppio volume sovrastato dalla grande volta a padiglione su pianta ellittica, fulcro intorno al quale ambienti e vani accessori sono simmetricamente e ordinatamente collocati. Gravitano infatti intorno ad esso due salette, quattro appartamenti (chiamati “a rasetto”, “rosso”, “verde” e “giallo”), la cappella, lo scaloncino all'imperiale e le due contrologge d'ingresso collocate sull'asse principale Est-Ovest. All'interno dell'edificio è presente una ricca decorazione pittorica. Sono da segnalare il decoro della sala da musica raffigurante Minerva che incorona le Arti, opera ottocentesca del bolognese Pietro Fancelli (1764-1850), e quello situato nella cappella (La Fede con i quattro Evangelisti, con questi ultimi posti nei raccordi angolari), attribuito al modenese Francesco Vellani (1688-1766). Nel salone centrale troviamo quattro grandi vedute scenografiche realizzate in parete che ne enfatizzano il grande spazio, ovvero Architettura Fantastica (in duplice versione), Atrio Magnifico e Padiglione con Fontana, di tono sostanzialmente barocco. Possiamo citare la partitura decorativa della cappella o la raffinata eleganza della sala “alla chinese”, espressioni di un vivace barocchetto, per non parlare della boiserie dorata arrampicata sulle pareti del vano absidale della cappella, o le decorazioni a ramages o a cartouche con inserti floreali presenti in alcune stanze.

Infine, meritano sicuramente grande attenzione le dodici tempere su iuta che una volta adornavano le due sale del piano nobile, probabilmente realizzate tra il 1730 e il 1740 e oggi, dopo il restauro, sono custodite presso il Palazzo Ducale di Sassuolo, in attesa che siano terminati i restauri della Villa. Mentre le sei tele posizionate nella saletta a Sud rappresentano vedute allegoriche, ozi villerecci e scene di vita campestre (Veduta fantastica, Prospettiva con rovine, Paesaggio e fontana, Veduta con castello, Marina, Paesaggio con architettura), di maggiore interesse risultano essere le tele della sala settentrionale, la cosiddetta “Camera dipinta a Giardino”, perché riproducono fedelmente, quasi fotograficamente, l'impianto settecentesco del giardino. In questa che fu dapprima sala da pranzo e poi utilizzata per il gioco del biliardo, unica con il pavimento in legno, si succedevano in senso orario La peschiera, Facciata orientale della villa, Il giardino visto dai cancelli, Zona centrale del giardino, Facciata occidentale della villa, La prospettiva sulla Montagnola. In una di queste tele, in particolare, possiamo ammirare la raffinata eleganza di villa Sorra al momento della sua costruzione. L'edificio, che fu oggetto di lavori di ristrutturazione già tra il 1766 e il 1775, risulta essere ancora oggi un'opera di rilevante interesse, nonostante le successive superfetazioni e stratificazioni, restauri un po' affrettati e la demolizione della lanterna.

Nel Settecento, insieme alla villa, vengono costruite anche la scuderia e la ghiacciaia. La scuderia, in particolare, rappresenta un interessante esempio di architettura rurale emiliana. Oltre alle funzioni proprie di ricovero per cavalli, era utilizzata come rimessa, abitazione del custode e serra. Nell'Ottocento, insieme alla ristrutturazione del giardino, viene modificato il piazzale antistante l'ingresso principale con la realizzazione della Cavallerizza, un percorso circolare di 140 metri di diametro circondato da un doppio filare di platani, per il transito delle carrozze dirette alla villa. Alla confluenza dei suoi due viali semisferici, di fronte alla scalinata dell'entrata principale, viene realizzata la fontana, vasca di forma irregolare all'interno della quale è presente una scultura disposta su tre livelli. Risale sempre a questo periodo la portineria, grazioso edificio ubicato a lato del cancello d'ingresso e il caseificio, ulteriore testimonianza dell'originale vocazione “produttiva” del complesso, che non era semplicemente un luogo deputato agli ozi e allo svago ma anche un vero e proprio centro per le attività agricole.

Certamente degno di menzione è il particolare rapporto della villa con il territorio circostante, rapporto che chiaramente non è lasciato al caso ma è anzi un aspetto di grandissimo interesse. Già abbiamo visto come l'ubicazione della villa, a cavallo tra lo Stato pontificio e il Ducato estense e tenuto conto degli interessi economici della famiglia Sorra, assume valenze particolarmente simboliche. In particolare, poi, la villa viene edificata proprio nel punto di confluenza di due viali ortogonali, assi di riferimento per il disegno complessivo della tenuta, che si vanno a incrociare proprio al centro del salone, effetto che veniva rafforzato dall'asse verticale lungo il quale si sviluppava l'andamento piramidale dell'edificio e che culminava nella lanterna. Da qui volgendosi verso Ovest, il Cavedagnone, una volta lungo quasi due chilometri e ornato da un doppio filare di olmi piramidali, rappresenta la via di accesso principale alla tenuta venendo da Modena. L'asse “attraversa” il salone e prosegue verso Est lungo il giardino dove, oltre la peschiera, si prolungava in un canale navigabile che conduceva alla montagnola-belvedere, con l'edicola e un padiglione vegetale sulla sommità (oggi “sostituito” dalla torre principale del castello medioevale), quasi a fare da contraltare al torrino della villa che si trovava proprio di fronte. Se questo è l'asse dominante per il disegno generale della tenuta e l'organizzazione dei fondi agricoli, lungo l'asse Nord-Sud vengono invece collocati gli edifici con funzioni di servizio. Esso penetra nel salone attraverso i due affacci principali, dai quali si possono ammirare i viali di ingresso secondari, lungo i quali oggi sono presenti in doppio filare dei pioppi cipressini.

La villa diviene così fulcro per l'organizzazione del territorio, in perfetta simbiosi con la pianura circostante. La natura viene sottomessa alla ragione, ordinata e dominata dall'uomo, con i campi di forma regolare delimitati da cavedagne e fossati e le prospettive fatte di siepi, filari e vigneti addobbati a festoni. La campagna è quasi un giardino, e proprio con la mediazione del giardino vero e proprio arriva fino all'edificio nobile. La villa quindi non è un corpo separato ma, armoniosamente inserita nell'ambiente, simboleggia questo strettissimo legame tra architettura, giardino e paesaggio.

Il giardino di villa Sorra è sicuramente l'elemento di maggior pregio, un vero e proprio gioiello di rara bellezza, anche se forse misconosciuto dal grande pubblico. Parliamo infatti di quello che è un caso emblematico nella storia del giardino italiano, certo l'esempio più rappresentativo di giardino romantico dell'Ottocento estense e da molti ritenuto il più importante giardino informale presente nella nostra regione. La costruzione del giardino inizia nel Settecento, ed è quindi indicativamente contemporaneo alla villa, della quale risultava essere indispensabile completamento in ossequio ai canoni che la costumanza della “vita in villa” prescriveva. Il giardino doveva essere un momento di congiunzione tra il “necessario commodo di villegiare” e la pianura circostante, imbrigliata e trasformata per scopi produttivi, luogo edenico di delizia e svago e a sua volta esso stesso fonte di reddito in molte delle sue parti, in special modo con la vendita degli agrumi che lo abbellivano. E i Sorra onorarono questo loro obbligo con particolare e forse eccessiva dovizia, tanto che realizzarono uno dei giardini più notevoli tra quelli appartenuti alla nobiltà modenese dell'epoca.

La struttura definitiva del giardino settecentesco si deve al contributo determinante di Alessandro e Francesco Cavazza, perito agrimensore il primo e agronomo il secondo. Questo si ispira agli schemi formali dell'epoca, quando l'arte dei giardini aveva arricchito i modelli rinascimentali e barocchi del giardino all'italiana con un linguaggio dominato dal gusto francese, in special modo grazie al contributo di André Le Nôtre. La ricostruzione di questo impianto è oggi possibile grazie alle sei tempere una volta collocate nella cosiddetta “Camera dipinta a Giardino”, ma è anche rinvenibile da uno scritto di un perito pubblico bolognese del 1768 oltre che da una planimetria di epoca napoleonica. Il Malmusi lo descriveva come “costrutto in quel torno alla maniera francese”, con i caratteristici canali disposti in modo simmetrico rispetto all'asse longitudinale del giardino stesso (ideale prolungamento del Cavedagnone), con grandi siepi a parete che si incontravano ortogonalmente fra loro e con sentieri rettilinei. Oltrepassata la zona a prato intorno alla villa, strutturalmente il giardino vero e proprio cominciava con una zona ad orto con pergolati di viti divisa in quattro parti delimitate da spalliere di siepi, al centro delle quali, nel crocevia dal quale oggi si accede alla serra, si apriva una piazza contornata da siepi foggiate a nicchie e cupole, sorta di salotto en plein air. Seguivano poi, intorno alla peschiera (“grande vasca a mattoni, con una Tetide graziosa sorgente dalle acque”), una zona a bosco e di seguito tre isole collegate tra loro da ponti in legno: due con alberi da frutta e una terza all'estremità Est del parco, alla quale si accedeva dal canale centrale. Alla base era presente un approdo per le barche, sovrastato da un'edicola contenente “una statua di Diana divina abitatrice de' boschi”, sovrastata da una montagnola che culminava in un padiglione, belvedere contrapposto alla villa dal quale, nelle giornate limpide, era forse possibile osservare gli abitati di Modena e Bologna, sorta di collegamento ideale, carico di valenze simboliche, tra il Ducato estense e lo Stato pontificio. Tutto il giardino era quindi rigorosamente geometrico, così come richiesto dalla moda del tempo, ideale prosecuzione degli ambienti signorili o di corte.

Il parco rimane inalterato fino al 1827, quando il conte Cristoforo Munarini Sorra permette alla moglie, la marchesa modenese Ippolita Levizzani, di trasformare l'ampio giardino “all'inglese” con laghetti e false rovine, allora “di gran voga”, con la consulenza di Giovanni de' Brignoli di Brünnhoff, di origini friulane, professore di botanica e agraria all'università di Modena e direttore dell'orto botanico di Modena. Durante il Romanticismo, infatti, fu generalizzato l'uso di trasformare, o aggiungere ai giardini geometrici, appendici a carattere più naturale. A seguito di questa ristrutturazione, che comunque interessò in modo particolare solo una parte, quella ad Est della peschiera, i canali diventarono sinuosi, i sentieri tortuosi, sparirono le pareti a siepe, gli alberi da frutta e tutto ciò che esprimeva regolarità per dare spazio alle forme irregolari e a tutto ciò che la natura spontaneamente offre. Verranno così realizzate zone a prato e a boschetto, sapientemente distribuite e separate da canali e laghetti. Il conte Munarini morirà tre anni dopo, senza quindi la possibilità di vedere terminati i lavori. Lo stesso Brignoli darà il suo contributo solo nel periodo iniziale, presto travolto dall'esuberanza della marchesa Ippolita, che di continuo proporrà variazioni e aggiunte al progetto originario e di fatto seguirà personalmente i lavori fino alla sua morte nel 1860, lavori interrotti temporaneamente solo da eventi di carattere politico, questioni ereditarie e, non ultimi, problemi finanziari, dato che le spese non furono certamente esigue.

Il giardino presentava, oltre alle piante tipiche del bosco planiziario (soprattutto querce, carpini, frassini, olmi e aceri), anche piante esotiche (“giapponici ligustri”, “pruno lusitanico”) e conifere come abeti, pini e cipressi. Dai documenti storici risulta che nella serra venivano tenute anche piante centenarie di limoni e cedri, nonché specie assai rare provenienti dal Nepal, dal Giappone e dall'Olanda. Esso fu inoltre arricchito da elementi architettonici, tutti realizzati durante i lavori di ristrutturazione, che qui di seguito brevemente descriviamo con l'aiuto delle note del Malmusi. Le false rovine medioevali collocate nella terza isola (“…un avanzo di smantellato castello, e di merlate muraglie, ti annunzia che quel sito fu antico teatro di assalti guerrieri… non ti lascia dubbio non abbiasi voluto accennare al XIII o al XIV secolo…”), con le torri che vanno a rimpiazzare l'antica montagnola-belvedere, “a simulare la ricordanza di estrema difesa… che per un ponte levatoio posto al culmine quasi della minore, si passa a rinserrarsi nella maggiore”, opera del giardiniere paesista modenese Tommaso Giovanardi con l'ausilio dell'ingegner Giuseppe Toschi. Sotto le rovine del castello nel 1839 vengono realizzate le grotte, per opera dello scenografo Camillo Crespollani con “opra pazientissima di… mastro Carlo Stancari di Gaggio”, alle quali si accede “per interni anditi e angusti recessi” e dove si immaginava che “in notturne congreghe gavazzassero orgiando i temuti scherani, e gli ardimentosi bravi del Signore della rocca”. I “simulati avanzi delle Terme, giacenti alla riva del lago… un lontano ricordo delle Terme di Diocleziano”, costruite in mattoni di argilla e ricoperte di rocce e tufo per opera del paesista bolognese Ottavio Campedelli, al quale si devono anche il finto “abbandonato scalo” e il terrazzo, la cui parte sottostante è raggiungibile percorrendo un suggestivo sentiero scavato nel terreno e dalla quale si può godere di una delle vedute più suggestive del parco.

Nel 1842 “superba sorse… l'aranciera ad undici ampie arcate a sestacuto, sullo stile gotico-tedesco del XIII secolo”, opera dell'ingegnere bolognese Cesare Perdisa. Al Brignoli con l'ausilio del conte Prospero Grimaldi si deve la capanna dei giochi d'acqua, “povera stanza di un romito”, dentro la quale, inaspettatamente, si cela “la splendida sala dell'opulento, che ama talora ricrearsi in quel solitario recesso cogli odorosi libamenti delle fumanti americane spume”, sorta di Kaffeehaus che internamente ricorda l'architettura della villa, “ove sei allettato ad inoltrarti, ma ti si tende un agguato”, perché “un nembo di sottilissimi spruzzi d'acqua ti assale d'improvviso da cento parti”, forse per ricordare al visitatore “come nel cammino della vita siano facili ad incontrarsi non previste pene, ed occulti dolori, ove più si cercano gioie e godimenti”. Al solo Grimaldi è invece attribuita la progettazione “dell'ampia e vastissima cesta” che troviamo di fronte, che una volta ospitava fioriture stagionali. Nei pressi era altresì presente “in mezzo ad una cerchia di rose la simbolica statua di una donna coronata di fiori… regina del luogo”, opera del plastico modenese Luigi Righi. Se il progetto di costruire una cappelletta forse non fu mai attuato, venne invece realizzata la “Capanna peschereccia” al cui fianco è presente l'imbarcadero, sotto al quale, protetto da una tettoia, veniva riposto il “Bucintoro”, che nelle “sere ridenti salpò al sereno lume di estiva luna quelle acque, carico di amabili donne, e di fiorente gioventù, fra le magiche armonie del flauto e del liuto, alternate talora dalle incantevoli note di una cara voce”, momenti celebrati dalla statua marmorea di un trovatore posta lì vicino in mezzo a un tappeto di fiori, oggi andata perduta, così come il capanno della caccia, del quale restano solo poche tracce, e il labirinto, posizionato a Nord oltre il canale e al quale si accedeva mediante un ponte in ferro girevole di cui è rimasto solo il perno centrale. Infine, nel lago fu ricavata “una romita isoletta con funerario monumento, eretto ad onorare la fedeltà di povero cane… richiamando all'animo l'idea della mestizia e dell'abbandono”.

Nel giardino di villa Sorra compare quasi tutto il repertorio del giardino romantico, secondo i precetti divulgati in Italia, tra gli altri, da Ercole Silva, Luigi Mabil e propugnati dallo stesso Brignoli. Esso deve raccogliere al suo interno diverse scene naturali e architetture che hanno appunto lo scopo di suscitare nel visitatore particolari sentimenti. L'acqua ne diviene l'elemento essenziale, in forma di canali, fiumi e laghi, possibilmente navigabili e abbelliti dalla presenza di isolette. Deve altresì contenere capanne, luoghi per il riposo, ma anche rocche, badie e castelli. Le piante, infine, vanno collocate studiandone i colori, gli odori e le forme, il terreno alzato e abbassato in modo da ricreare percorsi adatti in ogni momento della giornata e nelle diverse stagioni dell'anno. Nel 1852 venne istituito un regolamento per “forestieri che potessero intervenirvi” al fine di regolare l'afflusso dei numerosi visitatori.

La villa è stata usata come set dal regista Pier Paolo Pasolini per il suo ultimo film: Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).

 

Per trovare la cache bisognia raggiungere le cordinate: 44.630806, 11.038280 e confrontare la foto data qui sotto al vero e trovte il differenze che ci sono piante e acqua non valgono , poi mettete il numero (che ciamiamo A ) in questa formula : 44.635042, 11.019A86

 

Park of Villa Sorra

Villa Sorra is a historic estate located in the northern part of the territory of the municipality of Castelfranco Emilia. The estate has been owned by the municipalities of Castelfranco Emilia, Modena, Nonantola and San Cesario sul Panaro since 1972. The historic garden of the villa is one of the most important examples of romantic gardens in Emilia-Romagna. Villa Sorra is an exemplary testimony of "life in the villa", an ancient tradition that has distant origins as far back as the Roman age, which disappeared with the fall of the Empire and then resumed starting from the fourteenth century in many Italian realities, also following the influence of Francesco Petrarca. If we limit ourselves to the Emilian territory, this practice begins to spread especially in the sixteenth century, when the Bolognese territory passes under the papal dominion. Injured following the earthquakes of May 2012, in December 2013 the works that allowed the forfeiture of the unusability ordinances for all buildings were completed. Starting from the second half of the seventeenth century, the Modenese Francesco Sorra buys various lands in Castelfranco in the localities of Gaggio and Panzano. Castelfranco Emilia was then part of the Papal State and marked the border with the Este Duchy. In 1681 Francesco obtained Bolognese citizenship from the Senate of Bologna and subsequently Villa Sorra, located between the two territories, for him, a citizen of Modena and Bologna and a rich merchant with economic interests in both cities, even symbolically it became the emblem of his condition. Perhaps also for this reason so great was his desire that the estate grow and pass on the glory of the family over time. His testamentary dispositions of 1690 in fact oblige his second son Antonio (heir to the paternal assets located in the Bologna area, while the firstborn Andrea will be left with those of Modena) to increase the size of the property and to guarantee, through a fidecommesso restricted to direct male descendants, the succession of the inalienated estate to an heir who bears the surname Sorra. In 1698 the Duke of Modena, Rinaldo I d'Este, granted all the sons of Francesco Sorra the title of count, and it was in those years that Antonio began to acquire land and build a "Casa da Padroni for the necessary commodity to personally villegiate and supervise the said assets "and the beautiful garden, already then in Emilia one of the most noteworthy of which we have news. Antonio Sorra died in 1739, designating his nephew Francesco Maria, son of his brother Andrea, as heir. Francesco Maria dies without leaving direct heirs: his assets in the Bolognese area are thus inherited by Cristoforo Munarini, eldest son of his niece, Eleonora Sassi, married to Count Camillo Munarini. Cristoforo, then a minor, was forced to replace his paternal surname with that of Sorra, but in reality he carried both surnames and Palazzo Sorra, in the cartography of the time, was also referred to only as Palazzo Munarini. It is Cristoforo who, in 1827, granted his wife, the Modenese marquise Ippolita Levizzani, permission to transform the garden in the “English romantic” style. Cristoforo Munarini Sorra died in 1830 and left his assets in equal parts to his daughter Costanza and his nephew Giacomo Malvasia, however granting the usufruct of the villa and garden to his wife, who could thus continue the work. He also orders that Giacomo himself be succeeded by Costanza and his other niece Eleonora, sister of Giacomo and wife of Alessandro Fròsini, succeeds him. Finally, it establishes that upon her death, the estate is divided equally among her children, thus not complying with the trust established by Francesco Sorra aimed at allowing a single male heir to keep the property intact and under the name of the Sorra. . Thus, in 1869, Eleonora Malvasia Fròsini's children sold the estate to Ludovico Cavazza from Modena. On his death in 1894, his son Ercole succeeds him. He disappeared in 1926 without leaving direct heirs: his testamentary provisions provide that the property will pass to the children of his brother Gian Battista or, in the case of his lack of descent, that all the movable and immovable property is destined for the establishment of an institution for the benefit. of the poor. This happens and, in 1933, the "Pio Istituto Coniugi Cavazza" charity was established, administered by the Archbishopric of Modena which, in 1972, sold a fraction of the property including the villa, the garden and the "San Cristoforo" farms, " Conserva ”and“ Group ”to the Province of Modena and the Municipalities of Modena, Castelfranco Emilia, Nonantola and San Cesario sul Panaro. The last change to the ownership structure of the estate took place in 1983, when the Province of Modena, for the symbolic consideration of 100 lire, sold its share of ownership to the Municipality of Castelfranco Emilia.

The villa stands in the center of the estate and was commissioned by Count Antonio Sorra, from whom it still takes its name, at the beginning of the 18th century to the designer Giuseppe Anonio Torri. The building consists of a central body, with a square plan, which has a roof terrace at its apex. Originally, the villa had a hexagonal tower, which was later demolished after the war. Recent and reliable studies trace the beginning of construction to the very last years of the seventeenth century and identify the designer as Giuseppe Antonio Torri (1655-1713), assisted by his pupil Francesco Maria Angelini. The first, together with his father at the head of the then most important design studio in Bologna, is credited with the authorship of the general project, the second with the direction of the works and their completion. Not only archival documents suggest this new hypothesis: even the stylistic comparison makes this thesis plausible, particularly convincing in the case of the staircase of Palazzo Caprara in Bologna and, above all, of the Church of San Domenico in Modena. As for the general layout, if at first glance an immediate typological referent would seem to be, for example, the seventeenth-century Palazzo Albergati by Zola Predosa, a more careful analysis shows that the fluidity and continuity of the interior spaces typical of senatorial villas is missing here. bolognese, and you can hear more references of sixteenth-century derivation including illustrious ones, one for all the Rotonda (villa Capra) by Palladio. We can instead attribute to Angelini's work the decorative parts, which denote a more up-to-date culture, a baroque style that is free from the very strong design of the typological system. The manor house, consisting of a central body surmounted by the roof terrace, originally had a more accentuated pyramidal volume due to the presence of a third superimposed body, that is a hexagonal tower which, however, was demolished after the war as it was unsafe and never rebuilt. It has a compact block at the base and two foreparts flanking the entrance facades, which are thus slightly set back. Internally, the villa hinges on the large double-volume ovate central hall dominated by the large pavilion vault on an elliptical plan, the fulcrum around which rooms and accessory compartments are symmetrically and neatly placed. In fact, gravitate around it two rooms, four apartments (called "a rasetto", "red", "green" and "yellow"), the chapel, the imperial staircase and the two entrance counterposts located on the main axis East West. Inside the building there is a rich pictorial decoration. The decoration of the music room depicting Minerva crowning the Arts, a nineteenth-century work by the Bolognese Pietro Fancelli (1764-1850), and the one located in the chapel (La Fede con i quattro Evangelisti, with the latter placed in the corner connections), are worthy of note. attributed to Francesco Vellani from Modena (1688-1766). In the central hall we find four large scenographic views realized on the wall that emphasize the large space, namely Fantastic Architecture (in two versions), Magnificent Atrium and Pavilion with Fountain, substantially baroque in tone. We can mention the decorative score of the chapel or the refined elegance of the "alla chinese" room, expressions of a lively baroque style, not to mention the golden boiserie climbing on the walls of the apse of the chapel, or the ramages or cartouche decorations with floral inserts. in some rooms.

The garden of Villa Sorra is certainly the most valuable element, a real jewel of rare beauty, even if perhaps misunderstood by the general public. In fact, we are talking about what is an emblematic case in the history of the Italian garden, certainly the most representative example of a nineteenth-century romantic garden of Este and considered by many to be the most important informal garden in our region. The construction of the garden began in the eighteenth century, and is therefore indicatively contemporary with the villa, which was an indispensable completion in compliance with the canons that the custom of "life in the villa" prescribed. The garden was to be a moment of conjunction between the "necessary comfort of villegiare" and the surrounding plain, harnessed and transformed for productive purposes, an edenic place of delight and leisure and in turn itself a source of income in many of its parts, especially way with the sale of citrus fruits that embellished it. And the Sorras honored their obligation with particular and perhaps excessive wealth, so much so that they created one of the most remarkable gardens among those that belonged to the Modenese nobility of the time. The definitive structure of the eighteenth-century garden is due to the decisive contribution of Alessandro and Francesco Cavazza, the first surveyor and agronomist the second. This is inspired by the formal schemes of the time, when the art of gardens had enriched the Renaissance and Baroque models of the Italian garden with a language dominated by French taste, especially thanks to the contribution of André Le Nôtre. The reconstruction of this system is now possible thanks to the six tempera paintings once placed in the so-called "Painted Room in the Garden", but it can also be found in a text written by a Bolognese public expert from 1768 as well as in a plan from the Napoleonic era. Malmusi described it as a "construct in that back to the French way", with the characteristic canals arranged symmetrically with respect to the longitudinal axis of the garden itself (ideal extension of the Cavedagnone), with large wall hedges that met orthogonally to each other and with straight paths. Beyond the lawn area around the villa, structurally the actual garden began with a vegetable garden area with vine pergolas divided into four parts delimited by backs of hedges, in the center of which, at the crossroads from which today you access the greenhouse, there was a square surrounded by hedges shaped as niches and domes, a sort of living room en plein air. Then followed, around the fishpond ("large brick basin, with a graceful Tethys spring from the waters"), a wooded area and three islands connected by wooden bridges: two with fruit trees and a third at the East end of the park, which was accessed from the central canal. At the base there was a landing place for boats, dominated by an aedicule containing "a statue of Diana, the divine inhabitant of the woods", dominated by a mound that culminated in a pavilion, a viewpoint opposite the villa from which, on clear days, it was perhaps it is possible to observe the towns of Modena and Bologna, a sort of ideal connection, full of symbolic values, between the Este Duchy and the Papal State. The whole garden was therefore rigorously geometric, as required by the fashion of the time, an ideal continuation of the noble or court rooms.

The park remained unchanged until 1827, when Count Cristoforo Munarini Sorra allowed his wife, the Modenese Marquise Ippolita Levizzani, to transform the large "English" garden with ponds and false ruins, then "in great vogue", with the consultancy from Giovanni de 'Brignoli di Brünnhoff, of Friulian origins, professor of botany and agriculture at the University of Modena and director of the botanical garden of Modena. During the Romantic period, in fact, the use of transforming, or adding to geometric gardens, appendages of a more natural character was generalized. Following this restructuring, which in any case affected only one part in a particular way, the one to the east of the fish pond, the canals became sinuous, the winding paths, the hedged walls, the fruit trees and everything that expressed regularity to give space disappeared. to irregular shapes and to everything that nature spontaneously offers. In this way, lawn and grove areas will be created, wisely distributed and separated by canals and ponds. Count Munarini died three years later, therefore without the possibility of seeing the work completed. Brignoli himself will give his contribution only in the initial period, soon overwhelmed by the exuberance of the Marquise Ippolita, who will continuously propose variations and additions to the original project and in fact personally follow the works until his death in 1860, works temporarily interrupted only by political events, inheritance issues and, last but not least, financial problems, since the expenses were certainly not small.

In addition to the typical plants of the plain wood (especially oaks, hornbeams, ash, elms and maples), the garden also featured exotic plants ("Japanese privets", "Lusitanian plum") and conifers such as firs, pines and cypresses. Historical documents show that centenary lemon and cedar plants were also kept in the greenhouse, as well as very rare species from Nepal, Japan and Holland. It was also enriched by architectural elements, all made during the renovation works, which we briefly describe below with the help of Malmusi's notes. The false medieval ruins located on the third island ("... a remnant of a dismantled castle, and crenellated walls, announces that that site was an ancient theater of warrior assaults ... leave you no doubt that he did not want to mention the thirteenth or fourteenth century ..." ), with the towers that replace the ancient hill-belvedere, "to simulate the remembrance of extreme defense ... that for a drawbridge placed almost at the peak of the minor one, one passes to close in the major", work of the Modenese landscape gardener Tommaso Giovanardi with the help of the engineer Giuseppe Toschi. Under the ruins of the castle in 1839 the caves were built, by the set designer Camillo Crespollani with "very patient work of ... master Carlo Stancari di Gaggio", which can be accessed "through internal passageways and narrow recesses" and where it was imagined that "in nocturnal congregations gavazzassero orgando the feared henchmen, and the brave bravo of the Lord of the rock ”. The "simulated leftovers of the Baths, lying on the shore of the lake ... a distant memory of the Baths of Diocletian", built in clay bricks and covered with rocks and tuff by the Bolognese landscape painter Ottavio Campedelli, to whom we also owe the fake "abandoned scalo ”and the terrace, the lower part of which can be reached along a suggestive path dug into the ground and from which you can enjoy one of the most evocative views of the park.

In 1842 "superba arose ... the orangery with eleven wide arches in sextile arches, in the German-Gothic style of the thirteenth century", the work of the Bolognese engineer Cesare Perdisa. Brignoli with the help of Count Prospero Grimaldi was responsible for the water games hut, "poor room of a hermit", inside which, unexpectedly, "the splendid room of the opulent, who loves to recreate himself in that solitary recess with the fragrant libations of the steaming American spume ", a kind of Kaffeehaus that internally recalls the architecture of the villa," where you are tempted to enter, but you are ambushed ", because" a cloud of very thin splashes of water assails you suddenly from a hundred parties ", perhaps to remind the visitor" how in the journey of life it is easy to meet unexpected pains, and hidden pains, where joys and enjoyments are sought more ". On the other hand, Grimaldi alone is responsible for the design of the “large and very vast basket” that we find opposite, which once housed seasonal blooms. Nearby was also present "in the middle of a circle of roses the symbolic statue of a woman crowned with flowers ... queen of the place", by the modenese model Luigi Righi. If the project to build a small chapel was perhaps never implemented, the "Fishing hut" was built alongside which there is the landing stage, under which, protected by a canopy, the "Bucintoro" was placed, which in the "evenings laughing those waters set sail in the serene light of the summer moon, laden with lovely women, and flourishing youth, among the magical harmonies of the flute and the lute, sometimes alternated by the enchanting notes of a dear voice ", moments celebrated by the marble statue of a troubadour placed nearby in the middle of a carpet of flowers, now lost, as well as the hunting lodge, of which only a few traces remain, and the labyrinth, positioned to the north beyond the canal and which was accessed via a revolving iron bridge of which only the central pivot remained. Finally, in the lake was created "a hermitic island with a funerary monument, erected to honor the loyalty of a poor dog ... recalling to the soul the idea of ​​sadness and abandonment". Almost the entire repertoire of the romantic garden appears in the garden of Villa Sorra, according to the precepts popularized in Italy, among others, by Ercole Silva, Luigi Mabil and advocated by Brignoli himself. It must contain various natural scenes and architectures that have the purpose of arousing particular feelings in the visitor. Water becomes its essential element, in the form of canals, rivers and lakes, possibly navigable and embellished by the presence of islets. It must also contain huts, places for rest, but also fortresses, abbeys and castles. Finally, the plants must be placed by studying their colors, smells and shapes, the ground raised and lowered in order to recreate suitable paths at any time of the day and in the different seasons of the year. In 1852 a regulation was instituted for "foreigners who could intervene" in order to regulate the influx of numerous visitors.
The villa was used as a set by director Pier Paolo Pasolini for his latest film: Salò or the 120 days of Sodom in 1975.
 
 
To find the cache you need to reach the coordinates: 44.630806, 11.038280 and compare the photo given below to the true one and find the differences that there are plants and water are not valid, then put the number (which we call A) in this formula: 44.635042, 11.019 A86
 

 

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