Sant'Alberto è stato un paesino in cui le guerre si sono fatti sentire: sia le mondiali che quella di Garibaldi.
Il seguito lascio un resoconto dell'esperienza del prete di Sant'Alberto in carica tra il '39 e il '45
Non ero mai stato in un rifugio antiaereo. Fino a non molti anni fa non c'erano stati (consapevolmente) nemmeno i cittadini di Sant'Alberto. I bambini si nascondeva per gioco nel sotterraneo della canonica, poi si è scoperto dai diari di don Zambani che un tempo, adulti e anziani vi si nascondevano per paura. Sarebbe stato più logico sparpagliarsi. Ma tutti insieme, uniti, la paura si poteva gestire meglio. I bambini erano i primi a entrare ed erano stati ammassati contro le pareti e sotto gli architravi, i luoghi più sicuri. Poi i genitori, i nonni, si mettevano vicini e li coprivano, cercando di far scudo con i loro corpi.
Il racconto ha dato tutte le informazioni necessarie per apprendere cosa accadeva in quei momenti, tra 1944 e 1945, quando gli aerei alleati passavano sulla Linea Gotica sganciando le bombe, quando i tedeschi rispondevano con i colpi di cannoni e carri armati, quando gli inglesi replicavano con le granate.
Molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale fu stampato un libro: Sant'Alberto nel turbine della guerra. Il diario di don Giovanni Zalambani, il parroco di Sant'Alberto durante il conflitto.
Da quelle pagine, non solo si apprende che il sotterraneo della canonica era un rifugio, ma anche di quante persone vi si nascondevano. Nei circa 115 metri quadrati di superficie arrivarono ad ammassarsi fino a mille persone.
Sant'alberto ha pagato un forte tributo alla prima guerra mondiale inviando soldati. Alcuni di loro, caduti in guerra, sono ricordati in una lapide nel paesino.
Nel luglio 1849, Garibaldi sta fuggendo da Roma dove la Repubblica sta cadendo sotto i colpi francesi, convinto di poter andare a Venezia a combattere ancora per la libertà.
Dopo un viaggio fra gli Appennini, inseguito da quattro eserciti, arriva a Cesenatico con pochi seguaci dei 4000 che erano partiti con lui. Qui si imbarca con 13 pescherecci e fa rotta verso Venezia. Ma il giorno dopo navi austriache bombardano il gruppetto e affondano gran parte dei bragozzi. Catturano poi quasi tutti i superstiti fra cui Ciceruacchio e suo figlio 13nne e Ugo Bassi (tutti poi giustiziati).
E' il 3 agosto e Garibaldi è rimasto da solo con il fido Leggero e la moglie Anita gravemente malata, in un territorio che non conosce.
Qui inizia la trafila, l'insieme di quelle azioni che permettono a Garibaldi di salvarsi.
Dapprima sono i Comacchiesi guidati a Nino Bonnet a nascondere i fuggiaschi attraverso giri tortuosi nelle Valli (che gli Austriaci non controllavano). Poi la trafila passa ai Ravennati guidati da Giovanni Montanari.
Questo percorso ricostruisce minuziosamente queste tre giornate fra il 4 e il 6 agosto.
Il 4 agosto Garibaldi sbarca alla Chiavica Bedoni (nel percorso è indicata al km 8 dell'argine sinistro Reno). Da qui sono portati alla Cascina Guiccioli dove Anita muore. Anita viene seppellita frettolosamente a poche centinaia di metri, nella terra della Pastorara (Cippo).
Nel frattempo Garibaldi e Leggero vengono trasportati a Sant'Alberto dove restano la notte fra 4 e 5 agosto.
Si decide poi di portarli al di là del fiume (che si continuava a chiamare Po di Primaro benché fosse già da tempo il Reno). Perché l'argine sinistro che confina con le valli è difficilmente raggiungibile (ancora oggi i ponti sono uno ad Anita e uno sulla Romea e fra di loro ci sono oltre 20 km di distanza; in mezzo l'unico possibile transito è dato dal traghetto che non è sempre attivo).
Sull'argine sono ospitati alla Chiavica di Mezzo. Poi di nuovo in moto per raggiungere un posto più nascosto: la Pineta Bedalassona Per arrivarci passeranno vicino al luogo dove è sepolta Anita e poi di nuovo attraverso il fiume (allora Lamone abbandonato oggi Canale Destra Reno) e nel fitto della boscaglia e della valle umida .
E' il 6 agosto e la prossima meta sarà il Capanno del Pontaccio molto più a Sud nelle piallasse. Ma questa è un'altra storia.
Il percorso combacia per tutta la prima parte con la Via Romea Germanica e per la seconda con il PC4 della Pineta di San Vitale.
Tutto pianeggiante, in assoluta sicurezza, fra argini, sentieri, ciclovie. Un solo attraversamento pericoloso, della Statale Romea
PER LA CACHE
A GZ troverete due date: la prima, A, è l'anno in cui è stata messa la rosa, e invece B è l'anno in cui è stato messo il mosaico, entrambe 25 aprile. Quindi le prossime coordinate si possono risolvere con una breve equazione:
N 44° 32. A-1348
E 12° 09. B-1897
CHECK= NUMERO OTTENUTO CON A - NUMERO OTTENUTO CON B = 566
Arrivati alle nuove coordinate troverete tre nuove cifre: la prima è il numero delle lettere del quinto cognome della lapide della prima guerra mondiale, il secondo è il numero civico moderno, terzo è il civico più antico. Questi quindi sono rispettivamente C, D ed E, e E+D+C= Q .Quindi si possono trovare le nuove coordinate con un semplice calcolo:
N 44° 32. Q×3+E×2+C-2
E 12° 9. D×2+C+6
CHECK : ULTIME TRE CIFRE DI NORD- ULTIME TRE CIFRE DI EST = 360
Alle nuove coordinate dovrete trovare una semplice cifra: il totale delle lettere nell'ultima e penultima riga della lapide che cita Garibaldi, questo valore sarà F. Quindi potrai trovare le coordinate del final con una espressione:
N 44° F-8. F×14.225
E 12° 9. F×6.4