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Nella zona più remota e silenziosa della Foresta di Canzo viveva un vecchio saggio conosciuto da tutti come il Fò. Nessuno sapeva il suo vero nome, e nessuno osava chiederlo: si diceva fosse antico quanto la foresta stessa e che conoscesse il linguaggio degli alberi, dell'acqua e del vento. Abitava in una minuscola casupola di pietra, nascosta tra felci, muschio e radici, non lontano da una sorgente dove spesso si sedeva ad ascoltare il lento scorrere dell'acqua e a riflettere sul mondo.

Un giorno giunse nella foresta l'infida Strega Ravella, avvolta in un mantello scuro come una notte senza luna, bramosa di un potere che il vecchio saggio custodiva da tempo: il segreto per dominare le sorgenti e piegare l'acqua alla propria volontà. Lo trovò seduto accanto alla sorgente, immobile come se facesse parte del paesaggio, con lo sguardo perso nei riflessi tremolanti dell'acqua.
Ravella gli parlò con voce dolce come il miele, celando le sue vere intenzioni dietro un velo di finto rispetto e bisogno. Il Fò, però, non si lasciò ingannare. La osservò a lungo in silenzio, leggendo nel suo animo come nel fondo di una sorgente limpida. Nei suoi occhi non vide desiderio di apprendere, ma volontà di dominare; non sete di sapere, ma ambizione. Compresa la vera natura della strega, il Fò scosse lentamente il capo e, con voce ferma, si rifiutò di rivelare il segreto, certo che alcune conoscenze non dovessero essere usate senza responsabilità.
Accecata dalla rabbia, la strega Ravella scatenò la sua ira. Pronunciò parole antiche e taglienti come lame, e una maledizione avvolse il vecchio saggio. Il corpo del Fò si irrigidì, la pelle divenne corteccia, le braccia si allungarono in rami nodosi: in pochi istanti si trasformò in un possente faggio. «Se questo potere non può essere mio, allora nessun altro lo potrà mai ottenere!» gridò Ravella, prima di scomparire ghignando tra gli alberi, certa di averlo condannato per l'eternità.

Con il passare del tempo, la foresta cominciò a cambiare. Le acque delle sorgenti divennero sporche e irregolari, i sentieri si confusero e il vento portava con sé un'inquietudine sottile. Non era la maledizione di Ravella a crescere, ma l'assenza del Fò: senza la sua saggezza, l'equilibrio della Foresta di Canzo si stava lentamente deteriorando.
L'anima del vecchio saggio rimase legata al grande faggio ma da sola non poteva liberarsi. La sua voce, affidata al vento tra le fronde, cercava ascolto e aiuto tra i passi dei viandanti. Solo chi giungeva nella foresta con rispetto, umiltà e sincero desiderio di conoscenza poteva percepire quel richiamo.
Per spezzare la maledizione e riportare l'equilibrio, gli avventori dovevano essere disposti a sedersi ai piedi del grande faggio e concedersi il tempo dell'ascolto. I fruscii del vento tra le foglie infatti altro non erano che la voce del Fò, i suoi insegnamenti sussurrati a chi sapeva fermarsi e prestare attenzione. Il loro compito era quindi trascrivere quei saperi nel manoscritto custodito nella casa di pietra del saggio, affinché nulla andasse perduto e potesse essere custodito, condiviso e tramandato alle generazioni future. Si dice che man mano che il manoscritto si arricchisce di queste parole, la sorgente diventi sempre più limpida e le foglie del grande faggio fremano con forza crescente. E quando il manoscritto sarà finalmente completo, il Fò potrà tornare a sedersi accanto all'acqua, non più come albero, ma come saggio.

TI TROVI AL COSPETTO DEL POSSENTE FAGGIO
«Camminatore curioso», sussurra il vento tra le fronde, «fermati e concediti il tempo dell'ascolto: nei fruscii delle foglie troverai i miei insegnamenti. Segui poi i segni scolpiti nei dintorni, essi ti guideranno alla mia dimora. Trova il tesoro lì custodito e trascrivi ciò che hai saputo ascoltare. Solo chi dimostra rispetto e intento puro potrà risvegliare la saggezza del Fò.»
🧭 Trova i GRADI (°) e moltiplicali per il numero del sentiero per Pianezzo.
Aggiungi la somma dei minuti per il RIFUGIO SEV, la BOCCHETTA DI LUERA e l'ANTICA CASOTA.
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